Più di un italiano su due fiducioso delle diagnosi fatte dall’AI. Le donne si fermano al 44%

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Tre italiani su cinque sono propensi a considerare la possibilità di ricevere una consulenza sanitaria dall’intelligenza artificiale. Ma il livello di apertura non è lo stesso per età e sesso: arriva al 64% tra gli uomini, si ferma al 53% tra le donne, ed è più elevata nelle fasce giovani, con il 62% tra i 18-34enni e il 63% tra i 35-54enni, per poi scendere al 52% tra gli over 55. È una delle fotografie scattate dallo Stada Health Report 2026, presentato mercoledì a Milano da Eg Stada Group in collaborazione con Il Sole 24 Ore.[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row]

 

Quasi 3 italiani su cinque considererebbero una consulenza dell’AI

 

La ricerca, realizzata da Human8, ha coinvolto 2.001 italiani tra 18 e 76 anni nell’ambito di un’indagine online condotta tra febbraio e marzo in 20 Paesi. E sulla sanità digitale restituisce un quadro nel quale disponibilità e cautela convivono. Se il 59% dei nostri connazionali è aperto a un consulto dell’AI, soltanto il 12% è pronto a farlo senza condizioni; il 23% vorrebbe che fosse comunque disponibile un professionista sanitario per verificare i consigli o rispondere a ulteriori domande, il 13% utilizzerebbe l’intelligenza artificiale soltanto come secondo parere e l’11% lo farebbe per sintomi o patologie lievi e specifiche.

L’uso concreto è peraltro già diffuso. Il 44% dichiara di non utilizzare l’AI in relazione alla propria salute, il che significa che più della metà lo fa almeno per qualche finalità. La più frequente è comprendere meglio una diagnosi ricevuta (31%), seguita dalla prevenzione, per esempio consigli su stile di vita, alimentazione e fitness (25%), dalla preparazione a una visita medica (19%) e dalla richiesta di un secondo parere dopo il consulto (16%). Più marginali la gestione delle patologie croniche (8%), il supporto alla salute mentale e la richiesta di una diagnosi (entrambi 7%); il 6% la usa persino per prepararsi a una visita in farmacia.

 

Il 44% degli italiani non usa l’AI per necessità legate alla salute

 

Il discrimine diventa più evidente quando entrano in gioco i dati personali. Il 47% sarebbe disposto a conservare storia clinica e informazioni sanitarie complete in un sistema di AI per migliorare diagnosi, prevenzione o trattamento: la quota raggiunge il 53% tra gli uomini e si ferma al 40% tra le donne, mentre passa dal 51% dei 18-34enni al 41% degli over 55. Il 34% del campione, prima di decidere, vorrebbe capire meglio che cosa comporterebbe l’operazione per i propri dati; il 19% teme invece che possano finire nelle mani sbagliate.

Anche rischi e aspettative viaggiano in parallelo. La preoccupazione più diffusa riguarda errori o diagnosi sbagliate, citati dal 52%. Seguono l’utilizzo dei dati sanitari senza consenso, la riduzione dell’interazione umana e il possibile peggioramento della comunicazione con gli operatori sanitari. Sul versante delle attese, il 44% spera invece in diagnosi più rapide, il 39% in un’assistenza meno costosa, il 35% in un accesso più facile ai servizi sanitari e altrettanti in professionisti più aggiornati grazie al supporto dell’AI.

 

Uomini e giovani i più disponibili a condividere dati con l’AI

 

Interessante anche dove gli italiani collocherebbero concretamente l’intelligenza artificiale nel percorso di cura. Il 59% la accetterebbe nella gestione di appuntamenti e follow-up, il 41% nel monitoraggio delle patologie croniche, il 35% nella redazione degli appunti durante le visite e il 27% in un consulto assistito dall’AI; soltanto il 12% esclude qualsiasi impiego. E quando la domanda si sposta dalla funzione di supporto alla diagnosi, il 51% afferma di fidarsi già o di poter arrivare a fidarsi di una diagnosi dell’AI quanto di quella di un medico: appena il 4% lo fa già, mentre il 31% pone come condizione una certificazione delle autorità sanitarie e il 16% una spiegazione comprensibile della diagnosi. Il 41% dichiara invece che non accorderebbe mai la stessa fiducia che ripone in un professionista della salute.

Ancora più netto il dato sui trattamenti: soltanto il 5% preferirebbe un piano terapeutico personalizzato generato dall’AI senza ulteriori mediazioni, mentre il 53% sceglierebbe un modello misto, nel quale sia il medico ad adattare il piano prodotto dall’algoritmo. Il 22% si affiderebbe esclusivamente a decisioni terapeutiche umane. Guardando ai prossimi dieci anni, infine, il 43% pensa che l’AI potrà superare il medico di medicina generale nel monitoraggio in tempo reale delle patologie croniche, il 36% nella gestione dei piani terapeutici, il 31% nell’individuazione delle malattie rare e altrettanti nella diagnosi; il 18% non prevede invece alcun ambito nel quale possa diventare migliore del proprio medico.

 

AI meglio dei medici nella gestione di cronicità e piani terapeutici

 

«L’edizione 2026 dello Stada Health Report conferma come gli italiani guardino al futuro della salute con un mix di apertura e pragmatismo» commenta Luca Vitaloni, associate director di Human8. «Da un lato, cresce l’interesse verso innovazione e intelligenza artificiale, dall’altro resta imprescindibile il valore della relazione umana con medici e farmacisti». Per Salvatore Butti, general manager & managing director di Eg Stada Group, digitalizzazione e intelligenza artificiale «possono offrire un contributo importante, aiutando i professionisti sanitari a rendere il percorso di cura più semplice, tempestivo e vicino ai bisogni delle persone», ma «all’interno di un modello in cui la relazione umana deve rimanere centrale».

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