Fermiamoci un attimo e analizziamo quanto è accaduto nell’ultimo decennio, quello che il Governatore della Banca d’Italia ha recentemente definito “il periodo peggiore della storia dell’economia italiana in tempo di pace”. E per farlo facciamo riferimento soltanto a elementi oggettivi. Cominciamo con l’affermare che negli anni 2007 – 2017 l’area euro è stata investita da due pesanti recessioni: la prima derivante dalla crisi finanziaria globale, mutata poi nel nostro Paese in crisi economica e, in taluni casi, anche in crisi sociale, cosa che ha costretto il ceto medio e le classi più deboli a cambiare il proprio stile di vita; la seconda crisi attiene invece ai debiti sovrani.
In questo decennio il Pil dell’area euro è sceso inizialmente del 4,5%, per poi riportarsi solo nel 2015 ai livelli del 2008. Nel nostro Paese invece la doppia recessione ha avuto conseguenze ben peggiori più gravi addirittura della crisi degli anni Trenta. Dal 2007, infatti, abbiamo avuto in appena sei anni una perdita del Pil del 9%, la produzione industriale è regredita del 25%, gli investimenti del 30% e i consumi dell’8%.
Il confronto con il resto d’Europa appare implacabile: basti pensare al solo Pil, che dal 2008 ad oggi è ancora in perdita dell’8% mentre nell’area euro è invece salito del 5%. Cosa non ha funzionato in Italia? Si diceva che il nostro un Paese, per la sua economia ancora fortemente legata al manifatturiero, si sarebbe ripreso per primo dalla crisi; perché in realtà è stato il contrario?
Ottimizziamo i segnali positivi che stiamo recentemente registrando, per esempio la ripresa degli investimenti favorita dagli incentivi fiscali
Il problema è rappresentato dal fatto che sono giunti al pettine i nodi legati alla nostra debolezza strutturale, ai ritardi nell’ammodernamento del Paese, alle sfide della globalizzazione non colte per tempo, mentre tra le altre concause si aggiunga la non completa costruzione europea di una istituzione in grado di gestire in maniera corale e strutturata la crisi finanziaria. Ricordiamo che per taluni Paesi come l’Irlanda, il Portogallo, ovviamente la Grecia, e successivamente la Spagna e l’Italia, le difficoltà dei rispettivi debiti sovrani si sono riflesse anche nel contingentamento della capacità delle banche di concedere credito alle aziende.
Considerando l’attuale trend di crescita dell’Italia, il Pil dovrebbe tornare sui livelli del 2007 intorno al 2025. In altre parole, servirebbero diciotto anni soltanto per recuperare il terreno perso. La crescita nel nostro Paese è tornata, ma è ancora troppo lenta per diversi motivi: il tasso sulla disoccupazione, dolente eredità del periodo più intenso della crisi, particolarmente elevata specialmente quella giovanile che attualmente è sopra il 40%; la rigidità del contesto normativo che frena anche le imprese; il peso del fisco, la bassa produttività, sono tutti elementi sui quali bisogna intervenire velocemente senza dimenticare il debito pubblico e le sofferenze bancarie.
Ottimizziamo i segnali positivi che stiamo recentemente registrando, tipo la ripresa degli investimenti in ciò evidentemente favorita dagli incentivi fiscali legati al super e iper ammortamento. Non si tratta in questo caso di un rimbalzo tecnico ma di una vera e propria crescita. Anche le turbolenze sui mercati sembrano scongiurate e la Bce non ha avuto timore di “mostrare i muscoli” grazie al concreto continuo e significativo intervento legato anche al “quantitative easing”, attraverso il quale ormai da tempo immette sul mercato quantità significative di liquidità.
Occorre da parte di tutti uno sforzo eccezionale, per imprimere maggiore velocità alla crescita. La straordinarietà dell’impegno dovrà superare tutti gli ostacoli che rallentano la realizzazione dei cambiamenti necessari per modernizzare, semplificare e rendere ancora più attrattivo il nostro Paese. In tale contesto è assolutamente illusorio ritenere che per la soluzione dei problemi economici nazionali sarebbe più facile uscire dall’Unione, in quanto genererebbe invece seri e concreti rischi di instabilità anche se a tutti noi piacerebbe una Europa meno forte nell’impedire di fare le cose e invece più forte e risolutiva nel farle.
