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C’è una nuova molecola che sta entrando nel principio attivo del credito. Si chiama  IFRS 9, acronimo difficile da ricordare, impossibile da leggere e complesso da comprendere. Porterà a breve cambiamenti nella redazione dei bilanci delle banche, e di conseguenza su altri aspetti dell’economia che progressivamente giungeranno fino alle farmacia. Vediamo come.

Fino al 31 dicembre vigeva il principio contabile IAS 39, varato nel 1998 e poi rivisto a più riprese: nei bilanci degli intermediari vigilati e quindi anche delle banche, diceva tale norma, le perdite sui crediti andavano registrate all’atto della loro manifestazione, ossia quando effettivamente lo stato di criticità generava una  perdita (incurred loss).
Dal 1 gennaio, invece, i crediti che evidenziano un deterioramento qualitativo obbligheranno gli intermediari a effettuare accantonamenti di capitale in proporzione alle perdite attese sull’intera vita residua del credito. Tali stime dovranno contemplare anche la previsione prospettica del  contesto economico di riferimento. In altri termini IFRS 9 andrà verosimilmente a incidere, anche se in via indiretta, sulle politiche di erogazione del credito da parte degli Intermediari. E, di conseguenza, sul sostegno alle imprese ma anche alle famiglie.

Per chi “mastica” la materia, si può dire che alle istituzioni finanziarie viene richiesto di evolvere da un approccio di modellizzazione dell’impairment “backward looking” ad un approccio “forward looking”. Nello specifico per le banche, poi, conformarsi ai nuovi dettati normativi significherà ridefinire il proprio livello di competitività, fino a indirizzarne lo stesso “business model”.

L’obiettivo di IFRS 9 è quello di semplificare i principi contabili, aumentando la fiducia degli investitori nelle banche grazie anche alla predittività del ciclo di vita del credito. D’altro canto, l’eventuale necessità di dover effettuare maggiori accantonamenti spingerà il sistema bancario a farsi ancora più selettivo, prudente e scrupoloso nell’erogare il credito. Le riserve di capitale in eccesso, infatti, sono per le Banche “merce invenduta” che non può essere utilizzata in attività finanziarie, quindi un costo da contenere.

Di più: IFRS 9 potrebbe spingere gli istituti di credito a incrementare gli accantonamenti.  Estremizzando – ma neanche troppo – le Banche potrebbero razionalizzare le erogazioni, incrementare i tassi e,  nell’ottica del contenimento del rischio, andare anche a ridurre la durata dei finanziamenti stessi.

Qual è allora il messaggio per la farmacia? Semplice: in uno scenario che potrebbe comprimere la  minore disponibilità di credito, con scadenze ristrette e tassi più alti, diventa ancora più urgente che in passato mettere in sicurezza l’azienda. Cioè aumentarne progressivamente nel tempo il grado di indipendenza finanziaria,  diminuendone l’indebitamento, attraverso l’immissione di liquidità nell’impresa (anche se in taluni casi sarebbe più corretto dire riportando in azienda quelle risorse finanziarie prelevate nel corso degli anni), nonché rimodulare nel medio periodo le esposizioni a breve termine.

Per far questo il titolare di farmacia dovrà avvalersi di professionisti e società che hanno una specifica conoscenza del settore. E dovrà fare in fretta, magari dopo aver simulato cosa potrebbe accadere alla sua “azienda farmacia” se nel giro di breve tempo si riducessero le linee di credito, oppure se intervenissero spread più alti o ancora se la distribuzione riducesse i termini di pagamento. Non dimentichiamoci mai che “previdente” è il participio presente di prevedere, ossia vedere prima.

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