Consumatore

Il 53% degli italiani preferisce acquistare prodotti realizzati o imballati in plastica o carta riciclata. Il 48% riutilizza più volte gli articoli monouso, per ridurre l’emissione di plastica o rifiuti nell’ambiente. Il 41% afferma di avere smesso di acquistare beni con imballaggi in plastica non riciclata e il 24% dice di non tornare nei negozi che li impiegano in abbondanza. I dati arrivano da una ricerca internazionale condotta recentemente da Ipsos e misurano la crescente tendenza del consumatore medio ad adottare comportamenti e abitudini di acquisto improntate all’ec-sostenibilità.

Non è un fenomeno soltanto italiano, anzi altrove ci sono aziende che sono state rimproverate per la “pigrizia” con cui si sono impegnate sui temi ambientali. Farmacie comprese: con un comunicato del 24 giugno scorso, la catena inglese Boots ha annunciato che entro l’inizio del 2020 tutte i suoi 2.480 esercizi sostituiranno i sacchetti in plastica con buste di carta modello Oprl (On-pack recycling label), più facili da riciclare. All’origine c’è l’adesione della catena al Plastics Pact, un protocollo d’intenti sottoscritto nell’agosto 2018 dalle più importanti insegne del commercio inglese (Tesco, Sainsbury’s, Morrisons, Aldi, Lidl) per ridurre l’uso della plastica nei loro punti vendita. Boots, in effetti, non ha recepito immediatamente l’accordo è così nei mesi scorsi è stata bersagliata dalle critiche di ambientalisti e consumatori: come riferisce il quotidiano The Guardian, Greenpeace ha rinfacciato al gruppo un totale disinteresse per l’ambiente, ma ci sono stati anche casi di clienti che hanno riportato in farmacia le buste di plastica in cui la catena recapita le medicine a domicilio.

In Italia i sacchetti di plastica non compostabile sono stati banditi da più di un anno ma la sensibilità “plastic free” continua a crescere: per quasi un italiano su due, dice ancora Ipsos, lo smaltimento dei rifiuti non compostabili rappresenta oggi l’emergenza ambientale più urgente, seguita a ruota dall’inquinamento dell’aria (43%) e dal riscaldamento globale (41%). Il 70% degli italiani, aggiunge Nielsen con un’altra ricerca, è incline ad acquistare prodotti commercializzati da aziende che supportano cause ambientali.

La domanda a questo punto si fa più che legittima: ci sono numeri e spazi per ragionare su un concept di farmacia pensato per andare a intercettare questa fetta crescente di consumatori “eco-sensibili”? E’ convinto di sì Giulio Cesare Pacenti, consulente e coordinatore di Pianeta Farmacia, sito dedicato alle tematiche del markting e del management: in un articolo pubblicato qualche giorno fa, Pacenti lancia qualche idea per costruire una farmacia votata al “plastic free”: sostituire gli shopper in plastica riciclabile con sacchetti di carta, perché anche le nuove buste in materiale bio ci mettono comunque sei mesi per degradarsi; proporre articoli realizzati soltanto in materiale naturale, come gli spazzolini da denti in bambù o le spazzole per capelli in legno; vendere tisane sfuse per ridurre l’uso delle bustine, contenenti quantità insospettabili di plastica; ridurre o eliminare i prodotti “usa e getta”, che generano spazzatura in eccesso, e preferire articoli che consentono di sostituire soltanto la parte soggetta a usura e non l’intero prodotto (per esempio gli spazzolini con testa di ricambio).

«Sono soltanto alcuni spunti» spiega Pacenti a Pharmacy Scanner «in ogni caso i valori chiave su cui dovrebbe poggiare una farmacia “plastic free” sono due: primo, funziona soltanto se il titolare ci crede davvero; secondo, dà risultati soltanto se è bravo a comunicare questa vocazione, in modo da coinvolgere i consumatori che condividono i suoi valori».

Crederci assicura scelte coerenti in tutte le attività della farmacia: «Non posso spacciarmi per cultore del plastic free» ammonisce Pacenti «se poi l’arredamento della mia farmacia straripa di pvc o melammina. Cito un aneddoto: un giorno incontrai il proprietario di un’importante azienda del comparto, specializzata nel naturale: viaggiava su un’utilitaria ibrida e di classe media, niente Suv né berline anche se avrebbe potuto permetterseli. Morale, le scelte di campo funzionano soltanto se sono coerenti». La redditività segue a ruota: «Una farmacia plastic free» prosegue Pacenti «impone talvolta al titolare qualche scomodità, vedi l’idea delle tisane sfuse; i sacrifici si ripagano se si riesce a raggiungere quella platea sempre più vasta di consumatori che condividono i nostri valori, che vanno comunicati con chiarezza e continuità».

E comunicare bene non significa soltanto appendere cartelli tra gli scaffali per segnalare al cliente gli shampo in flaconi di plastica riciclata (P&G, per esempio, utilizzerà quest’anno materiale di recupero nel 25% dei contenitori della linea Head&shoulders): «I cartelli non si guardano o si leggono di sfuggita» ragiona Pacenti «a comunicare il posizionamento dev’essere tutta la farmacia nel suo insieme, compresi assortimento e selezione dei fornitori. Torna una volta di più la necessità di coerenza: il titolare deve dimostrare nei fatti la sua scelta di campo, occorre che la farmacia lavori come una cassa armonica che faccia risuonare i propri valori. Per esempio: produrre volantini in carta riciclata, oppure ridurne la tiratura quando si nota che la maggior parte finisce nei cestini della spazzatura, è un’altra scelta che qualificherebbe».

 

La coerenza del concept. Anton&Willem è una piccola catena virtuale francese di una trentina di farmacie. E’ fortemente votata al naturale, un posizionamento trasmesso già all’esterno con l’insegna Farmacia+Erboristeria. Giudichino i lettori: all’interno, il lay out mantiene la promessa formulata all’esterno? C’è coerenza di valori in tutti gli elementi che compongono la farmacia?

 

Anche tra i brand più noti ai farmacisti i valori dell’eco-sostenibilità fanno proseliti: Aboca, una delle aziende più sensibili alle tematiche ambientali, ha co-prodotto uno show itinerante che proprio in queste settimane sta viaggiando per la Toscana, una commistione di spettacolo ed educazione alla tutela del mare e dell’acqua (dalla plastica, guarda caso); Unifarco, altra realtà da sempre attenta all’ambiente, vanta tra le sue certificazioni l’Iso 14001 (che definisce i requisiti necessari alle imprese che perseguono una politica ambientale) e l’Epd (Environmental product declaration), che fornisce dati ambientali sul ciclo di vita dei prodotti. «Siamo convinti che oggi la responsabilità ambientale sia un tema cardine anche per il nostro settore» spiega a Pharmacy Scanner Gianni Baratto, uno dei soci fondatori dell’azienda bellunese «la farmacia dispensa salute ma è difficile produrla in un ambiente insalubre». Per Baratto, in particolare, una farmacia “plastic free” o comunque ecologica è una farmacia che presta attenzione a quanto viene consumato, a quanto viene utilizzato e a quanto è riciclato. «Le scelte importanti sono quelle meno appariscenti» osserva Baratto «per esempio abbiamo eliminato da tempo il packaging secondario. E nel nostro sito opera un reparto produttivo che provvede a riciclare la plastica per produrre i contenitori delle nostre linee per la detergenza». Anche a proposito di espositori da vetrina e materiale in-store ci sarebbe parecchio da lavorare: «Da alcune farmacie associate è arrivata di recente la richiesta di realizzare espositori meno sofisticati e più facili da gestire quando il farmacista deve gettarli nella differenziata. E’ un tema sul quale abbiamo già cominciato a ragionare».

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