Per il comparto della distribuzione farmaceutica, la crisi tra Stati Uniti e Iran rischia di avere effetti pesanti, anche se meno devastanti di quelli che scatenò a suo tempo la guerra tra Russia e Ucraina: i prezzi di petrolio e gas, in ogni caso, hanno evidenziato sin dai primi giorni forti tensioni, con effetti immediati sui carburanti e a cascata sui costi di trasporto delle imprese. E così, mentre i mercati internazionali delle materie prime stanno rivelando una inaspettata resilienza, attenzioni e preoccupazioni sono concentrate sul comparto energetico, dove invece la corsa ai rincari è già cominciata. Secondo un’analisi diffusa nei giorni scorsi dall’Ufficio studi della Cgia di Mestre, in particolare, nelle due settimane successive all’inizio del conflitto il prezzo del petrolio Brent è salito del 45,8%, mentre il gas naturale europeo quotato al Ttf di Amsterdam ha registrato un aumento ancora più marcato, pari al 62%. Si tratta, dice l’indagine, degli incrementi più significativi tra tutte le materie prime monitorate, mentre metalli industriali e altre commodities mostrano variazioni contenute o negative. Ad esempio il nickel è sceso dell’1,9%, il rame del 2,6% e lo stagno del 7,9%, segnale che le catene di approvvigionamento globali, almeno per ora, stanno reagendo con una certa resilienza allo shock geopolitico.
Il comparto energetico invece risente della crisi in modo preoccupante. L’aumento delle quotazioni del petrolio si è trasferito quasi immediatamente sui prezzi alla pompa. In modalità self service la benzina è salita in media dell’8,7%, passando da 1,670 a 1,816 euro al litro, mentre il diesel ha registrato un incremento molto più consistente: +18,2%, da 1,720 a 2,033 euro al litro. Un balzo che incide direttamente sui costi di tutte le attività che utilizzano intensivamente il trasporto su gomma.
Non va dimenticato che per le imprese della distribuzione farmaceutica il carburante rappresenta una voce di spesa difficilmente comprimibile. Il modello logistico del settore, infatti, si basa su consegne quotidiane, spesso plurigiornaliere, tra depositi intermedi e farmacie, con flotte di mezzi che percorrono migliaia di chilometri ogni giorno. Un aumento a doppia cifra del diesel si traduce quindi in un immediato aggravio dei costi operativi per grossisti e operatori della logistica sanitaria. Nel medio periodo il rischio è che tali rincari si riflettano anche sull’intero equilibrio economico della filiera.
Lo studio della Cgia sottolinea comunque che la situazione attuale resta diversa da quella che si verificò nel 2022 dopo l’invasione russa dell’Ucraina. In quel caso l’aumento delle quotazioni delle materie prime fu generalizzato e molto più violento: nelle prime due settimane il nickel salì del 93,8%, il gas del 48% e i cereali di oltre il 30%. Nel contesto mediorientale, invece, la reazione dei mercati appare per ora più circoscritta, con effetti concentrati soprattutto sull’energia. Anche in questo caso, tuttavia, molto dipenderà dalla durata e dall’eventuale escalation del conflitto.
L’impatto dei rincari energetici riguarda anche le famiglie. Secondo le stime citate nello studio, l’aumento delle bollette di luce e gas potrebbe tradursi in un aggravio medio annuo di circa 350 euro per nucleo familiare. Applicato alle oltre 26,7 milioni di famiglie italiane, l’effetto complessivo arriverebbe a circa 9,3 miliardi di euro di spesa energetica aggiuntiva. Le aree urbane più popolose sarebbero naturalmente le più esposte: Roma potrebbe registrare un aumento complessivo di circa 705 milioni di euro, Milano oltre 554 milioni e Napoli poco più di 406 milioni (tabella 3).
Per contenere gli effetti della nuova fiammata energetica la Cgia indica alcune possibili linee di intervento. Nel breve periodo l’azione più immediata riguarda la componente fiscale del prezzo dei carburanti e dell’energia, attraverso una riduzione temporanea delle accise sui carburanti o una modulazione dell’Iva sulle bollette. Un secondo fronte riguarda il rafforzamento dei controlli sui mercati energetici per prevenire eventuali fenomeni speculativi lungo la filiera.
Preoccupazioni, ovviamente, anche tra i distributori del farmaco: «Sembra di essere tornati indietro di cinque o sei anni» commenta Walter Farris, presidente di Adf «il problema è serio ma prima di invocare interventi o misure d’emergenza è il caso di vedere qual è l’evoluzione».

