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E’ un’Italia del business preoccupata dal coronavirus, ma anche pronta a reagire, quella che mostra la ricerca realizzata da Bva Doxa per indagare sul “sentiment” delle imprese di casa nostra. Il 76% delle 301 aziende inserite nella ricerca è compatto nel denunciare il contraccolpo economico subito fin dagli esordi dell’emergenza, mentre un’azienda su cinque prevede una flessione a partire da aprile e solo il 5% degli intervistati ritiene che gli effetti si faranno sentire soltanto sul lungo periodo. Il 36% delle aziende campione, senza sostanziali differenze tra piccole e grandi, teme un impatto di dimensioni elevate, soprattutto se si protrarrà l’incertezza sull’arco temporale dell’emergenza.

Per quanto riguarda le previsioni di domanda di prodotti e servizi, il 67% delle aziende coinvolte afferma che l’emergenza intaccherà in maniera importante il mercato nazionale, con un calo, per quasi la metà degli intervistati, del 10%. Un po’ più nebulosi, invece, gli scenari a livello internazionale: se un terzo non ha ancora risposte certe in merito, il 43% delle aziende ha già rilevato un calo significativo nell’export. In questo caso, si evidenzia una preoccupazione maggiore nelle piccole imprese, che prevedono un impatto del 77% sul mercato nazionale e del 56% su quello estero.

 

 

Sul fronte investimenti, la ricerca evidenzia tagli consistenti alle attività di marketing e comunicazione (il 49% delle aziende è intenzionata a ridurre gli investimenti pubblicitari e media, mentre il 45% ridurrà le attività di marketing). Da sottolineare, comunque, una percentuale elevata degli intervistati che, per reagire alla crisi, considera strategico aumentare proprio gli investimenti in comunicazione: un’azienda su quattro incrementerà le attività di marketing, mentre il 41% confermerà o aumenterà la propria presenza sui media. Importanti tagli coinvolgeranno anche le politiche di sviluppo commerciale (39% delle aziende), lancio di nuovi prodotti o servizi (33%) e attività di Ricerca &Sviluppo (26%).

E gli effetti dell’emergenza sulle modalità di lavoro? In ottemperanza alle disposizioni governative, il 73% delle aziende italiane ha attivato lo smartworking, coinvolgendo la maggior parte dei propri dipendenti. Solo una piccola parte delle aziende non è stata in grado di attuare questa metodologia in maniera estesa: il 17% applica il telelavoro solo a determinati settori/funzioni aziendali, mentre il 10% riesce ad attuarlo solo per specifiche figure. Le multinazionali estere con sede in Italia, in particolare, hanno risposto in maniera immediata ed efficace alla richiesta di telelavoro (90%), mentre qualche difficoltà in più la manifestano le aziende italiane, sia quelle con sedi all’estero (67%), sia quelle presenti solo sul territorio nazionale (59%).

In generale, la percezione dello smartworking da parte delle aziende italiane è positiva: il 90% esprime un parere favorevole sul telelavoro, in particolare per quanto riguarda efficienza, tempistiche e gestione dell’attività lavorativa. Addirittura, il 39% delle aziende (soprattutto nei settori finanza, utilities e telecomunicazioni) dichiara che il telelavoro potrà essere mantenuto anche cessata l’emergenza.

Sulla dimensione temporale del ritorno alla normalità, le incertezze sono molte. La maggior parte delle aziende (il 67%) teme il protrarsi della crisi a lungo, ma non si può non rilevare che una percentuale consistente delle aziende coinvolte nella ricerca (il 33%, quindi un terzo) ha dichiarato ottimismo per il futuro, ritenendo che la ripresa economica possa attuarsi nell’arco di qualche mese.

Giulia Capotorto

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