Filiera

Lo smart working continuerà a perturbare ancora per diverso tempo i tradizionali flussi del pendolarismo e della mobilità casa-lavoro, con gli effetti che i farmacisti titolari hanno già avuto modo di osservare nei mesi passati. Di certo fino al 15 ottobre, quando scadrà l’ultima proroga dello stato di emergenza decretato dal Governo per la pandemia, che tra le altre cose autorizza le imprese a ricorrere liberamente al lavoro agile, senza la necessità di contratti aziendali concordati con le sigle sindacali.

Attenzione però: nel pubblico impiego lo smart working potrà protrarsi sino a fine anno e – a prescindere dall’evoluzione autunnale di contagi e pandemia – diverse grandi aziende hanno apprezzato a tal punto il lavoro a distanza che ora non vorrebbero più lasciarlo. E’ il caso, per esempio, di Tim, che nelle settimane scorse ha sottoscritto un’intesa con i sindacati per sperimentare nel 2021 il “desk sharing”, ossia un’organizzazione del lavoro che alterna due giorni di smart working e tre di ufficio.

Non intende tornare velocemente al passato neanche Intesa-San Paolo, che in Italia dà lavoro a 66mila persone. Il gruppo, infatti, ha già fatto sapere che farà rientrare il personale soltanto gradualmente: tutti i dipendenti trascorreranno in ufficio almeno un giorno alla settimana e le sedi recupereranno fino al 50% degli organici, sempre che non scoppino nuove ondate di pandemia.

Piani analoghi, nel settore bancario, anche per Credito Emiliano: durante il lockdown ha lavorato a distanza il 95% del personale ed evidentemente la cosa non è spiaciuta, perché il gruppo ha avviato un progetto per l’allestimento, nei prossimi due anni, di 500 postazioni “agili”, cioè occupate nel corso della settimana da persone diverse, su prenotazione. L’obiettivo è quello di slegare gli ambienti lavorativi dai modelli tradizionali di occupazione per un utilizzo più flessibile di spazi e scrivanie.

Pure un altro nome importante del settore produttivo italiano, Eni, ha fatto sapere che non rinuncerà frettolosamente allo smart working. Nei tre mesi del lockdown, il gruppo ha mantenuto in ufficio non più del 15% del proprio personale e fino a ottobre almeno il lavoro a distanza continuerà a essere praticato. E che cosa può significare questo attaccamento di molti gruppi industriali al lavoro a distanza lo ha misurato di recente la Banca d’Italia: a fine giugno, la mobilità degli italiani per lavoro era ancora inferiore del 20% a prima del lockdown.

Non vanno sottovalutati neanche i segnali che arrivano dall’estero:come riferisce un articolo del Corriere della Sera, la city di Londra è in crisi perché al momento è tornato in ufficio soltanto il 20% circa di chi lavora nel quartiere degli affari più famoso al mondo. Gli altri hanno preferito continuare a lavorare a casa, «ben contenti di rinunciare a giornate che comportavano ore di viaggio schiacciati in metropolitana, pasti precari e costosi e stressanti interazioni con capi e colleghi». Il traffico sugli autobus, così, è calato del 70% ma soprattutto sono partiti i licenziamenti nei locali e ristoranti che vivevano delel pause pranzo degli impiegati.

Le farmacie, però, non devono preoccuparsi soltanto delle ricadute che lo smart working comporta per le dinamiche dei loro bacini di utenza. Un nuovo modello di lavoro, infatti, può innescare riorganizzazioni estese della quotidianità familiare e aprire la porta a nuovi riti e abitudini, soprattutto quando all’origine c’è anche un’esigenza di sicurezza: secondo la ricerca Nomisma “The World After Lockdown”, condotta per conto di UniSalute, il 45% degli italiani che lavorano vedrebbe con favore l’eventualità che tra i benefit offerti dalla sua azienda ci fosse un servizio di home delivery del farmaco; il 46% invece, gradirebbe poter usufruire del teleconsulto medico, anche per ricevere consigli e rassicurazioni su covid.

Il fatto che l’indagine sia stata commissionata da una compagnia assicurativa tra le più attive nel campo della sanità privata può forse legittimare qualche sospetto sull’attendibilità dei risultati, ma deve anche far riflettere: lo smart working non solo accresce uso e dimestichezza con il web, trasforma anche la casa in un “hub” dove le famiglie possono far convergere molti riti della quotidianità, risparmiando ore da reinvestire nelle relazioni sociali o nel tempo libero. In sostanza, dallo smart working all’e-commerce e all’home delivery. Fosse così, la ricerca Nomisma-Unisalute rivelerebbe che nel settore assicurativo c’è chi ha capito l’evoluzione all’orizzonte e si prepara ad afferrarne le opportunità.

 

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