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Dopo Hippocrates anche Dr.Max lavora al suo ce.di. E i distributori s’interrogano sul futuro

Filiera

Sta facendo discutere non poco, nella filiera della farmacia, la notizia riferita un paio di settimane fa da Pharmacy Scanner del magazzino da 10mila metri quadrati che Hippocrates sta costruendo a Livraga, in provincia di Lodi. Perché quello che la holding cui fa capo Lafarmaciapunto (con le sue 330 filiali) inaugurerà a ottobre, sarà a tutti gli effetti il primo ce.di di una catena del capitale da quando – ormai cinque anni orsono – la proprietà delle farmacie è stata liberalizzata. Diversi, tra gli addetti ai lavori più attenti, avevano profetizzato quest’evoluzione: per esempio Erika Mallarini, docente della Sda Bocconi, che in un’intervista a Pharmacy Scanner del luglio 2017 aveva preconizzato per il canale farmacia la stessa trasformazione già completata dalla gdo. La concentrazione, aveva avvertito, porterà le catene a dotarsi di ce.di (centri di distribuzione, ndr) che sostituiranno i grossisti.

Il futuro, insomma, comincia a diventare presente. Anche perché, notizia saltata fuori nei giorni scorsi, non è soltanto Hippocrates a costruirsi il suo ce.di. Anche Dr.Max, la catena con quartier generale in Repubblica ceca e più di 50 farmacie in Italia, sta per mettere in campo il suo polo logistico: sarà a Telgate, in provincia di Bergamo, si estenderà per oltre 14mila mq e – come spiega a Pharmacy Scanner Andrea Cappi, ceo di Dr.Max Italia – «servirà a soddisfare le esigenze di una moderna distribuzione omnicanale e supportare la crescita della catena, farmacie fisiche e store online. Il progetto sarà poi completato all’inizio del 2024 con un magazzino completamente automatizzato, basato su una tecnologia innovativa e inedita per il mondo farmaceutico, che rafforzerà la nostra capacità distributiva in termini di efficienza ed efficacia».

Queste anticipazioni hanno così intensificato le riflessioni della distribuzione intermedia sul futuro che si prospetta per il comparto. Perché è evidente che lo sviluppo del fenomeno ce.di toglierà business ai grossisti wholesaler, già oggi stremati da una marginalità quasi inesistente e da costi di esercizio che non vogliono sgonfiarsi. «Hippocrates è uno dei nostri clienti ma nel breve periodo per noi non cambierà nulla avendo un accordo commerciale in continuità di volumi» osserva Lorenzo Clerici, Group customer & channels director di Comifar «in termini strategici invece questo è un aspetto impattante, perché è evidente che man mano che le catene si svilupperanno il mercato rappresentato dalle farmacie indipendenti si ridurrà e sarà molto complessa la coesistenza dell’attuale numero di distributori».

«Credo che con i loro magazzini Hippocrates e Dr.Max gestiranno direttamente tra le 12 e le 15mila referenze, quelle più altorotanti, farmaco e generico soprattutto» è la stima di Mirko De Falco, amministratore delegato di Farvima «le altre 30-40mila, meno performanti, continueranno ad acquistarle dai distributori intermedi. Le prospettive dunque giustificano qualche timore, ma quello che oggi più mi preoccupa è la politica delle industrie, che cercano di bypassarci con il direct-to-pharmacy».

In ogni caso, nel mondo della “farmadistribuzione” sono già partite le riflessioni sulle contromisure che andranno messe in campo per reggere all’urto della novità rappresentata dai ce.di. «Dato che ormai si va verso una normalità fatta di due consegne giornaliere o in qualche caso tre» è il ragionamento di Alessandro Orano, direttore generale di Cef «la distribuzione farmaceutica comincia a ragionare sull’ottimizzazione delle reti di magazzini: forse alcuni di questi cominceranno a diventare ridondanti e si potrà continuare ad assicurare lo stesso servizio con qualche struttura in meno. È una riflessione che noi stiamo facendo per i magazzini di Brescia e Cremona, realisticamente accorpabili in una singola struttura». Fa caso anche Farvima, che ha inaugurato di recente un nuovo polo logistico a Nola, in provincia di Napoli, con la contestuale chiusura di un’altra struttura nel salernitano. «Serviranno meno magazzini ma più grandi» è il parere di De Falco «nel nostro caso ci stiamo organizzando su una rete che comprende grandi hub logistici come quello di Nola, magazzini di riferimento attorno ai 10mila mq e infine piccole strutture di pertinenza provinciale attorno ai 5mila mq».

Ma per sopravvivere, continua De Falco, l’integrazione verticale – tra distribuzione intermedia e finale – è una scelta ormai irrinunciabile. «Noi puntiamo ad avere in tre anni almeno 500 farmacie affiliate alla nostra rete Farmà» continua De Falco «e arrivare a mille in cinque anni. Non dimentichiamo poi la marca privata, i servizi a valore aggiunto e la tecnologia, a partire dall’intelligenza artificiale».

All’integrazione verticale sembra credere parecchio anche Comifar, che nelle settimane scorse ha festeggiato le 120 affiliazioni a Valore Salute Platinum, il livello di membership “strong” del Network che conta un totale di oltre 800 partner. «Abbiamo superato le nostre stesse aspettative» rimarca Clerici «l’obiettivo era di arrivare sopra “quota cento” per la fine del 2023, adesso puntiamo a 165 entro la chiusura dell’esercizio fiscale». E poi ci sono le razionalizzazioni: «Siamo stati tra i primi ad efficientare il numero dei servizi giornalieri e ad eliminare le consegne nei festivi» ricorda Clerici «e a intervenire sulle dilazioni di pagamento per rendere il business sostenibile e garantire i livelli di servizio. Nel panorama europeo tutti danno per probabile un nuovo intervento della Bce, ma non c’è dubbio che nel futuro prossimo occorrerà anche intervenire sul footprint logistico, ossia sul dimensionamento delle reti di trasporto e dei magazzini, valutando soluzioni di trasporto condiviso (ossia la possibilità che due differenti grossisti possano condividere gli asset di consegna dell’ultimo miglio andando in farmacia con un unico vettore) a beneficio dell’ambiente e della business continuity».

L’idea merita una valutazione anche per Orano. «Non ci sono solo i costi a spingere in questa direzione» osserva «ci sono anche le politiche ambientali: diverse città metropolitane, quella di Milano in primis, stanno valutando di consentire soltanto una consegna giornaliera per attività». E a quel punto, il cambiamento diventerebbe rivoluzione.

 

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