Tra gli italiani che utilizzano i chatbot generativi, quasi uno su quattro lo fa per ricevere consigli medici o informazioni specifiche sulla salute. A rivelarlo è primo studio dedicato agli usi concreti della GenAI in Italia, che analizza in profondità i cambiamenti indotti da ChatGPT, Gemini e loro fratelli su comportamenti abitudini informative e accesso ai contenuti digitali dei nostri connazionali.
La ricerca, rilanciata nei giorni scorsi dal Corriere della Sera, nasce da un sondaggio promosso dalla rete di ricercatori RiTA (Rete italiana per le tecnologie del linguaggio), che riunisce oltre 150 studiosi italiani del settore, con il coinvolgimento della Fondazione Bruno Kessler. L’obiettivo era indagare non soltanto la diffusione degli strumenti di AI generativa, ma soprattutto i modi in cui vengono effettivamente utilizzati dagli utenti italiani. I risultati preliminari sono stati divulgati nei giorni scorsi dal Corriere, ma un un paper scientifico pubblicato in precedenza su ArXiv – dal titolo “Generative AI Practices, Literacy, and Divides: An Empirical Analysis in the Italian Context” – anticipa già diverse delle evidenze riportate dal quotidiano.
Come già anticipato, tra i dati più rilevanti dell’indagine c’è quello che calcola in un 24% la quota di coloro che dichiarano di utilizzare i chatbot per quesiti sanitari: interpretazione di sintomi, spiegazione di referti, ricerca di informazioni su farmaci e patologie, chiarimenti terapeutici o consigli preliminari. Lo stesso articolo segnala inoltre che il 22% degli utenti usa questi strumenti anche per il fact checking, nonostante i ricercatori avvertano che «la fattualità non è il loro punto di forza».
È un passaggio che interessa direttamente la farmacia perché fotografa un cambiamento già percepibile al banco: il paziente arriva sempre più spesso dopo avere interrogato un chatbot, esattamente come negli anni passati arrivava dopo una ricerca su Google. E d’altronde, queste piattaforme sono già utilizzate per un ampio ventaglio di attività: domande e spiegazioni (il 53% degli utenti dichiara di essersene servito per questo motivo almeno una volta nei 12 mesi precedenti), generazione di immagini (47%), scrittura di e-mail (47%). Significative anche le percentuali di chi usa i chatbot per generare idee e fare riassunti (42%), analizzare dati (31%), ricevere supporto nella programmazione (27%). Seguono attività come scrittura creativa (23%) o accademica (25%), progettazione di viaggi (23%), creazione di quiz (12%).
Qui si innesta si innesta il secondo lavoro, il paper “Generative AI Practices, Literacy, and Divides: An Empirical Analysis in the Italian Context”, pubblicato su ArXiv da ricercatori della Fondazione Bruno Kessler e di altre istituzioni accademiche italiane. Lo studio affronta gli stessi temi e amplia l’analisi metodologica. Il campione comprende 1.906 adulti italofoni e mostra che circa l’80% degli intervistati ha utilizzato chatbot GenAI negli ultimi dodici mesi.
Il paper individua sei grandi aree di utilizzo: ricerca di informazioni, problem solving, apprendimento, creazione di contenuti, creatività e intrattenimento. La funzione dominante resta la ricerca informativa, tanto che gli autori osservano come i chatbot stiano progressivamente sostituendo motori di ricerca tradizionali, traduttori automatici, assistenti vocali e software di scrittura.
In ambito salute, questo significa che il chatbot tende a trasformarsi in un primo punto di accesso alle informazioni sanitarie. Il cittadino non formula più soltanto query frammentarie, ma espone sintomi, descrive situazioni cliniche, chiede spiegazioni su farmaci o referti e riceve una risposta immediata e strutturata. La ricerca osserva inoltre che una parte degli utenti utilizza i chatbot anche per supporto emotivo o rassicurazione personale, ampliando ulteriormente il ruolo conversazionale dell’AI.
Uno dei punti più delicati messi in evidenza dagli studiosi riguarda però l’alfabetizzazione digitale. Il paper sottolinea che molti utenti utilizzano la GenAI come fonte primaria di informazioni pur avendo una limitata capacità di valutarne attendibilità e limiti. Gli autori parlano esplicitamente di bassi livelli di “AI literacy” e avvertono che gli utenti meno esperti tendono a trattare i chatbot come fonti autorevoli, senza distinguere tra risposte verificate e contenuti soltanto plausibili.
Per il settore farmacia il rischio è evidente: l’AI può erodere parte della funzione informativa e consulenziale tradizionalmente svolta dal farmacista, soprattutto sul terreno del consiglio preliminare e dell’orientamento del paziente. Ma proprio l’aumento dell’esposizione a contenuti generati automaticamente potrebbe al tempo stesso rafforzare il valore professionale della mediazione umana, della verifica delle fonti e della contestualizzazione clinica delle informazioni.
Le evidenze italiane si inseriscono del resto in una tendenza già osservata in altri paesi. Negli Stati Uniti diverse ricerche condotte tra 2024 e 2025 hanno rilevato una crescita dell’uso di ChatGPT per interpretare sintomi, comprendere referti e ottenere spiegazioni terapeutiche. Nel Regno Unito il Pharmaceutical Journal ha riportato le preoccupazioni di professionisti sanitari e autorità regolatorie per l’utilizzo dei chatbot come strumenti para-diagnostici. Altri studi internazionali hanno inoltre mostrato che gli utenti tendono a fidarsi maggiormente delle risposte AI quando il linguaggio appare chiaro, rassicurante e personalizzato, indipendentemente dalla correttezza scientifica del contenuto.
ConsumatoreFebbraio 16 2026Ricerca Usa: l’AI è più brava a vendere. E ChatGPT già insidia l’e-commerce
ConsumatoreFebbraio 9 2026Un italiano su due usa l’AI per info sulla salute (tra i 18-34enni sono il 73%). Cosa fare in farmacia

