Un italiano su due usa l’AI per info sulla salute (tra i 18-34enni sono il 73%). Cosa fare in farmacia

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Superano ormai il 94% gli italiani che si rivolgono a internet o al digitale per informarsi su sintomi, malattie e terapie, e di questi più del 53%) lo fa in modo abituale. Ma la notizia è un’altra: tra coloro che si affidano all’online per aggiornarsi sulla loro salute, Google rimane il riferimento principale ma quasi la metà (il 43% circa) si affida oggi all’intelligenza artificiale, ossia ChatGpt, Gemini e le altre piattaforme, che hanno ormai superato e distanziato i siti di informazione sulla salute (consultati da meno del 30% di chi naviga). I numeri arrivano dallo studio Salute Artificiale, condotto da Sociometrica e FieldCare su un campione di circa mille adulti e sostenuta da Fondazione Italia in Salute e Fondazione Pensiero Solido con il contributo di Assolombarda. Presentata il 2 febbraio a Milano, la ricerca dimostra con dati alla mano che l’AI generativa sta cambiando le abitudini del Paese. E lo sta facendo molto in fretta, se si considera che applicazioni come Chatgpt sono diventate di uso comune solo negli ultimi anni.

 

Le risorse digitali più utilizzate per informarsi sulla salute

 

Ci sono anche altri dati che meritano una riflessione: tra i 18-34enni, per esempio, l’AI è già davanti a Google come strumento principale di ricerca in tema di salute (lo usa il 73% degli intervistati). In altri termini, una generazione intera si sta abituando a un modello di informazione conversazionale, personalizzato, immediato. Gli over 54 rappresentano la fascia che sta evolvendo con maggiore lentezza (si rivolge ancora a Google il 93% di loro) ma tra loro già uno su quattro interroga le piattaforme di AI per la propria salute. E man mano che tale abitudine si consoliderà, crescerà la preferenza da parte dei pazienti per risorse web che diano risposte strutturate e integrate con dati, piuttosto che le vecchie liste di indirizzi proposte dai motori di ricerca; l’esperienza digitale, in sostanza, sarà sempre meno navigazione e ricerca e sempre più apprendimento e comprensione.

Stiamo parlando dunque di una trasformazione che coinvolgerà progressivamente tutte le fasce d’età, a prescindere da livello di istruzione e ambito geografico. Occorre dunque che i farmacisti si preparino al cambiamento: perché al banco sempre meno spesso rappresenteranno il “primo contatto” per la persona che ha un problema. La farmacia cioè arriverà dopo, quando il cliente ha già parlato con un’AI che gli ha spiegato con taglio divulgativo articoli tratti dalla letteratura scientifica, gli ha proposto video, ha dato le prime risposte e orientato la conoscenza.

 

Le risorse digitali più utilizzate per informarsi sulla salute

 

Se il banco della farmacia diventerà sempre più spesso il punto in cui una ricerca d’informazioni iniziata online approda alla dimensione fisica, diventa allora cruciale comprendere le motivazioni che spingono le persone a rivolgersi a internet. L’interrogativo posto più spesso, dice ancora la ricerca, riguarda i sintomi. Al secondo posto un desiderio indistinto di sapere. Queste due necessità compaiono insieme nel 70% delle risposte del campione e questo è un dato che può dire molto. La maggior parte delle persone, infatti, non pensa che l’online possa sostituire il medico o perché vuole “fare di testa propria”: ha bisogno per lo più di orientarsi, dare un nome a quello che sente e capire se è il caso di preoccuparsi o no. Fa quindi tirare un sospiro di sollievo scoprire che solo una quota minoritaria dichiara di cercare informazioni per auto-medicarsi o per modificare una terapia. Anche questo per la farmacia è un messaggio: il cliente non arriva per contestare, ma per confermare.

 

Consultazione internet prima o dopo la visita medica

 

Un altro dato importante è che oltre l’85% degli italiani consulta internet o l’AI prima o dopo una visita medica, almeno qualche volta, mentre un terzo lo fa con regolarità. Questo significa che la visita, oggi non è più un evento isolato, piuttosto è inserita in un flusso informativo continuo. Prima si cerca, poi si va dal medico, poi si torna a cercare. In questo percorso la farmacia deve reinventare il suo spazio: anziché dire al cliente cose che ha già trovato online, deve diventare un luogo dove le informazioni digitali trovano la loro contestualizzazione e declinazione, pena – altrimenti – trasmettere unaa percezione di ridondanza che comporta perdita di considerazione da parte del cittadino. Due italiani su tre dichiarano inoltre di aver utilizzato almeno una volta internet o l’AI per verificare una diagnosi o una terapia indicata dal medico: è un dato che va letto con attenzione, perché non va letto necessariamente come un indizio di sfiducia quanto piuttosto un bisogno di capire meglio e quindi di sentirsi più sicuri.

 

Consultazione internet prima o dopo la visita medica

È mai capitato di usare informazioni trovate online o con l’AI per verificare la diagnosi o la terapia suggerita da un medico?

 

Le differenze territoriali e di genere sono interessanti: le donne verificano più spesso, gli italiani del Sud e delle Isole mostrano una maggiore propensione alla verifica ripetuta e questo significa che il livello di “pre-informazione” con cui il cliente arriva in farmacia varia molto in base al contesto. Tra chi verifica online, circa il 60% dichiara di aver sperimentato almeno raramente un dubbio verso la raccomandazione medica, ma solo una minoranza dichiara di provarlo spesso. Questo ci suggerisce – ed è un tema cui prestare molta attenzione – che l’informazione digitale non distrugge automaticamente la fiducia nel medico o nel farmacista. La mette alla prova, sì, ma non la annulla. Il problema dunque non è il dubbio, che è legittimo e condizione comune a tutti gli esseri umani, ma cosa succede quando il dubbio non trova uno spazio di confronto competente.

Questa prefigura un’opportunità per la farmacia, che potrebbe, o per meglio dire dovrebbe, posizionarsi come quel luogo in cui il dubbio viene accolto, normalizzato, e ricondotto a una lettura corretta. D’altro canto se il dubbio viene respinto, si alimenterà la sfiducia. Ora però è arrivato il momento di guardarci davvero in faccia e tirare fuori l’elefante dalla stanza, perché siamo tutti consapevoli del vero rischio cui le persone vanno incontro nel momento in cui si trovano in possesso di uno strumento capace di dare risposte rapide, accessibile e non esenti da errori. L’autodiagnosi o la modifica autonoma delle terapie sarà una sfida da gestire con attenzione e cura. Circa il 14% degli intervistati dichiara infatti di aver modificato o interrotto una terapia almeno una volta basandosi su informazioni online o su AI, senza consultare il medico. È una minoranza certo, ma non è trascurabile. Ed è concentrata soprattutto nelle fasce adulte.

Questo dato va letto in chiave preventiva, non repressiva: le persone non smetteranno di informarsi e non smetteranno di usare l’AI. L’unica leva da utilizzare è l’educazione. Il farmacista diventa quindi un custode della salute anche al di là del consiglio farmacologico, il suo ruolo sarà anche e sempre di più quello di intercettare questi comportamenti prima che diventino rischiosi, offrendo un contesto di interpretazione e responsabilizzazione.

 

Valutazione dell’affidabilità delle informazioni reperite su internet

 

Quando alle persone viene chiesto quanto ritengano affidabili le informazioni sanitarie reperibili online o generate dall’intelligenza artificiale, la risposta più frequente è “mediamente affidabili”. È un dato interessante e, in fondo, incoraggiante, perché indica che la maggior parte degli utenti non accetta in modo passivo ciò che legge o ascolta, ma è consapevole della necessità di mantenere un certo senso critico. Il vero nodo, tuttavia, non è tanto la capacità di dubitare, quanto la difficoltà di capire quale filtro utilizzare per orientarsi tra contenuti spesso complessi, contraddittori o decontestualizzati. È proprio in questo spazio che il ruolo del professionista della salute, farmacista compreso, acquista un valore essenziale: non come depositario di una verità assoluta ma come facilitatore cognitivo, capace di aiutare le persone a distinguere le informazioni attendibili da quelle fuorvianti, a contestualizzare ciò che leggono e a tradurre dati e concetti in indicazioni realmente utili per la propria salute.

Questo scenario pone alla farmacia una serie di sfide che non possono più essere rimandate. La prima è accettare che il cliente arrivi già informato: negare questa realtà o porsi in contrapposizione è una battaglia persa in partenza. La questione non è se accadrà, perché accade già ogni giorno, piuttosto come viene gestita questa nuova condizione. La seconda sfida è l’inevitabile innalzamento del livello del consiglio: limitarsi a indicare cosa assumere sarà un approccio sempre più limitante e diventerà dunque fondamentale spiegare il perché, mettendo in relazione la proposta del farmacista con ciò che il cliente ha già letto, ascoltato o frainteso.

A questo si aggiunge la necessità di formare il team non solo sui prodotti, ma sui processi decisionali delle persone, imparando a comprendere da dove arrivano, quali domande si sono poste e quali risposte credono di aver già trovato. Infine, il digitale va integrato in modo strutturale nella strategia della farmacia, non come semplice canale promozionale, ma come strumento educativo: contenuti chiari, corretti e coerenti con il consiglio al banco aiutano a ridurre la confusione e a costruire fiducia.

In conclusione: l’intelligenza artificiale non sostituirà il farmacista ma sta già trasformando profondamente il contesto in cui opera. Ignorare questo cambiamento significa perdere progressivamente rilevanza; governarlo, invece, offre l’opportunità di rafforzare il proprio ruolo. La cosiddetta “salute artificiale” è una realtà presente che avanza senza chiedere permesso e ignorarlo non è una strategia proficua.

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