XXI Rapporto Crea: farmaci sempre più “spesa di famiglia”, soprattutto al Sud. E la sostenibilità traballa
Se c’è un indicatore che racconta meglio di altri quanto la sostenibilità della spesa sanitaria stia diventando un tema “di filiera”, è il peso che i farmaci esercitano sul portafoglio delle famiglie: la voce “farmaci” rappresenta ormai il 39,2% della spesa sanitaria privata complessiva e coinvolge il 72,6% delle famiglie che sostengono spese sanitarie. Un dato che non fotografa soltanto l’aumento del bisogno di salute, ma soprattutto il ruolo crescente del canale privato nel finanziare una parte consistente della domanda.
È un passaggio che interessa direttamente farmacie, industria e operatori dell’healthcare, perché in un contesto in cui la componente “di tasca propria” tende a crescere, il rallentamento degli acquisti e la contrazione degli ingressi osservati nell’area del senza ricetta non sono più soltanto un fenomeno congiunturale, ma diventano un segnale strutturale di stress economico, con effetti sui comportamenti d’acquisto e sulla tenuta stessa dei consumi.
La fonte: 21° Rapporto Sanità Crea e l’analisi sulla spesa out of pocket
A mettere ordine in questo scenario è il XXI Rapporto Sanità del Centro studi Crea dell’Università di Roma Tor Vergata, che dedica un’analisi specifica alla spesa sanitaria “out of pocket” e alle sue implicazioni economiche e sociali. Nel documento, il tema centrale è l’onerosità della spesa sanitaria sostenuta dalle famiglie: un carico che nel lungo periodo ha eroso progressivamente la capacità di spesa e che oggi emerge con maggiore evidenza proprio per effetto dell’asimmetria tra bisogni e copertura pubblica.
Il primo numero da fissare è l’incidenza media della spesa sanitaria privata sui consumi delle famiglie: nel 2023 si attesta al 4,3%. Ma se ci si concentra solo sulle famiglie che spendono effettivamente in sanità, l’incidenza sale al 6%. Tradotto in termini di mercato: la spesa privata non è una componente marginale, bensì un’area di consumo strutturalmente significativa, che compete direttamente con gli altri capitoli del budget familiare.
Un trend di lungo periodo: dal 1985 a oggi il peso è più che raddoppiato
Il Rapporto Crea consente anche di collocare il fenomeno su un orizzonte storico. Dal 1985 al 2023 l’incidenza della spesa sanitaria out of pocket sui consumi familiari è salita dall’1,7% al 4,3%. Un salto che sintetizza quasi quarant’anni di trasformazioni: invecchiamento della popolazione, cronicità, innovazione terapeutica e tecnologica, crescita della domanda di servizi, ma anche la necessità – sempre più diffusa – di integrare il perimetro pubblico con pagamenti diretti.
Per la filiera, il messaggio è immediato: quando la spesa sanitaria diventa più “obbligata”, l’acquisto tende a spostarsi verso ciò che viene percepito come essenziale (farmaci e prestazioni), mentre l’area dei prodotti più discrezionali o sostituibili – tipicamente quella commerciale – diventa più vulnerabile alla selezione di spesa.
Le differenze territoriali: più pressione al Sud, nonostante i luoghi comuni
Uno degli elementi più interessanti del Rapporto riguarda la distribuzione geografica dell’onerosità. Nel 2023 l’incidenza della spesa sanitaria privata sui consumi non segue più lo schema tradizionale che vorrebbe il Nord sempre in testa. Il Crea evidenzia infatti che nel lungo periodo la crescita è stata più marcata nel Mezzogiorno (+3,0 punti percentuali) e nel Centro (+2,8), mentre il Nord Est registra un incremento più contenuto (+1,4). Inoltre, a partire dal 2020 si osserva un “sorpasso” del Mezzogiorno sul Nord Ovest, con un cambio di ranking che va esplicitamente “contro” una lettura basata sui luoghi comuni.
Per il canale farmacia questa evidenza può diventare una chiave interpretativa: non basta leggere le dinamiche territoriali degli ingressi e dei consumi come semplice riflesso del reddito disponibile, perché la pressione sanitaria privata non colpisce in modo uniforme e tende a gravare in modo più duro proprio dove l’economia familiare è più esposta.
Quando la spesa sanitaria “mangia” gli altri consumi: rinunce, impoverimento, spese catastrofiche
La parte più delicata – e forse più utile per dare profondità alla riflessione – è quella che misura l’impatto sociale della spesa sanitaria. Il Rapporto richiama la quota di famiglie che dichiara di aver rinunciato a prestazioni sanitarie per motivi economici: nel 2023 si tratta del 3,3% delle famiglie, pari a circa 2,3 milioni di cittadini coinvolti. Un indicatore che non fotografa soltanto la rinuncia “alla cura”, ma più in generale la difficoltà a sostenere esborsi non programmati, continui o cumulativi.
Il Crea segnala inoltre che, negli ultimi anni, la riduzione della quota di famiglie che sostiene spese sanitarie potrebbe essere connessa proprio a questo fenomeno. E qui l’impatto sul retail diventa evidente: quando cresce la rinuncia, il consumatore non riduce soltanto la prestazione sanitaria “costosa”, ma tende a tagliare anche la spesa collegata, inclusi prodotti e soluzioni che rientrano nell’area dell’autogestione della salute.
A questo si aggiunge il tema delle cosiddette spese “catastrofiche” e dell’impoverimento. Secondo il Rapporto, nel 2023 la quota di famiglie con spese sanitarie “drammatiche” arriva all’8,6%; le famiglie impoverite dalla spesa sanitaria sono 367.528, pari all’1,4%. E la distribuzione territoriale torna a essere un punto chiave, perché la probabilità di impoverimento è sensibilmente più alta nel Mezzogiorno rispetto al Nord.
Farmacia e mercato: la domanda non sparisce, cambia forma
Il quadro restituito dal 21° Rapporto Sanità Crea aiuta a rileggere un punto che nel retail farmacia è diventato evidente: la domanda di salute non si contrae, ma si riconfigura. Una componente crescente della spesa privata si concentra su voci percepite come necessarie (farmaci, visite, assistenza), mentre sui segmenti “integrativi” la pressione sul budget spinge verso strategie difensive: riduzione delle quantità, rinvio dell’acquisto, migrazione verso canali più convenienti.
Da questo punto di vista, il Rapporto fornisce una cornice utile per comprendere perché, negli ultimi anni, la dinamica del canale sia diventata più complessa da gestire con le leve tradizionali. In un mercato dove la spesa sanitaria erode progressivamente la capacità di consumo, le aziende sono chiamate a ripensare i posizionamenti e la farmacia a ragionare su equilibrio tra servizio, prezzi e valore. Non in una logica di “guerra del ribasso”, ma con la consapevolezza che la sostenibilità della domanda passa sempre più dal potere d’acquisto reale delle famiglie.
Un indicatore da monitorare nel 2026: la salute come variabile macroeconomica del canale
Il Rapporto Crea, in sostanza, suggerisce che la sostenibilità economica della sanità non è più un tema confinato ai bilanci pubblici: è diventata una variabile macroeconomica che incide anche sul retail, perché sposta risorse dentro il capitolo “salute” e le sottrae ad altri consumi. Per la farmacia e la filiera, questo significa che la lettura dei cali di ingressi e della frenata del commerciale non può limitarsi a spiegazioni di prezzo o concorrenza tra canali: dietro c’è un trend di lungo periodo, che vede l’out of pocket crescere come componente strutturale del finanziamento della salute. E se la prima voce di quella spesa resta il farmaco, l’effetto si riverbera su tutto il resto: capacità di spesa, frequenza d’acquisto, elasticità al prezzo e, in ultima analisi, sostenibilità della domanda. In altre parole: oggi il tema “sostenibilità” non riguarda solo ciò che lo Stato può permettersi di rimborsare, ma anche ciò che le famiglie possono permettersi di comprare.



