Consumatore

Dopo un mese di “lockdown” cresce negli italiani l’impazienza di riprendere svaghi e abitudini della normalità come andare al cinema, fare shopping o mangiare fuori. La lunga quarantena, però, non se ne andrà senza lasciare “scorie”. E a forza di fare acquisti online durante la permanenza forzata a casa, un italiani su tre provede oggi che continuerà a comprare a distanza anche quando l’emergenza sarà finita. E uno su quattro promette di ridurre le proprie visite nei centri commerciali, forse perché rimarrà ancora a lungo la diffidenza per i luoghi affollati e quindi a maggiore rischio di contagio. Sono queste, in sintesi, le evidenze che arrivano dalla seconda edizione dell’indagine firmata da Metrica Ricerche per TradeLab con l’obiettivo di tastare il polso del Paese e misurarne gli umori.

Condotta tra il 28 e il 30 marzo (quindi tre settimane dopo la prima, risalente al 7-9 del mese), la survey lascia trapelare il crescente peso che gli italiani avvertono per le restrizioni da quarantena sociale: mancano soprattutto le relazioni sociali che caratterizzavano l’ambiente di lavoro e di studio (53% della popolazione), l’attività sportiva (43%), la frequentazione di teatri e cinema (41%) lo shopping (36%). E il 52% degli intervistati (ma nella Generazione Z, cioè i 18-25enni, sono il 66%) dichiara che finita l’emergenza tornerà a frequentare bar e ristoranti come prima.

Qualche abitudine, però, l’epidemia la cambierà. Per esempio la propensione all’online: se nella prima ricerca soltanto il 17% degli intervistati sosteneva che l’emergenza da coronavirus ha fatto crescere gli acquisti a distanza, nella seconda edizione la quota è il 33% a fare la medesima affermazione, ossia il 16% in più (ma al Centro e al Sud l’incremento arriva al 19-20%).

 

 

L’indagine rintraccia la stessa tendenza anche nel mercato della farmacia, sebbene le percentuali siano più contenute: manca un confronto con la prima edizione perché gli intervistatori non avevano posto la domanda, ma nella survey del 28-30 marzo quasi un italiano su quattro (il 23%) dichiara che è aumentata la sua propensione ad acquistare online prodotti della farmacia. E invita a riflettere il fatto che la percentuale rimanga sostanzialmente invariata tra le diverse generazioni: Baby boomers (over 56) 22%, Generazione X (46-55 anni) 25%, Millennials (26-45 anni) 22%, Generazione Z (18-25 anni) 25%.

 

Attenzione però a non giungere a conclusioni affrettate. La farmacia tradizionale, infatti, mette a segno punti importanti anche in questa seconda edizione dell’indagine. Se all’inizio di marzo dichiarava che l’epidemia ha rafforzato immagine della farmacia come «presidio di servizio per il territorio» il 44% degli italiani, alla fine del mese le persone che concordano sull’affermazione sono diventate il 53%, per una crescita di nove punti percentuali (ma al Centro arriva al 13%).

 

Conferma il trend l’incremento della percentuale di intervistati che dice di avere bisogno del medico di famiglia e del farmacista per superare le paure generate dall’emergenza: lo sosteneva il 54% del campione nella prima survey, oggi lo afferma il 59% (anche in questo caso con la crescita più importante concentrata nel centro Italia).

 

 

Al di fuori del recinto della sanità, si può annoverare tra i “revival” indotti dal coronavirus anche la riscoperta del commercio di prossimità e del negozio di vicinato. Dichiara di considerarlo un servizio fondamentale per la vivibilità del territorio il 64% degli intervistati (il tema non era stato indagato nella prima survey), con qualche sorpresa nei valori delle singole generazioni: tra i millennials la quota cala al 59% (confermando la vocazione prettamente digitale di questo gruppo di consumatori), tra i baby boomers (i più anziani) sale al 73%, nella generazione Z (i più giovani e i più sensibili al consumo sostenibile e a km 0) arriva addirittura al 75%.

 

 

Quasi certamente per le stesse dinamiche, mostra la corda il modello di consumo di massa rappresentato da centri commerciali e ipermercati. Un italiano su quattro ritiene che finita l’emergenza frequenterà di meno questo genere di strutture, ma tra i baby boomers la quota sale al 31% e tra generazione X e generazione Z oscilla tra il 28 e il 27%. Che questa propensione dipenda dalla riscoperta dei piccoli negozi – come s’è visto sopra – o dalla sensazione che la paura del coronavirus non sparirà con la fine dell’emergenza e spingerà molti a evitare gli affollamenti in eccesso, è un dubbio che andrà indagato.

 

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