Filiera

Ogni confezione di farmaco rimborsato che i grossisti della filiera recapitano alle farmacie assicura un compenso medio di 25 centesimi, che non bastano a coprire neanche il 50% del costo sostenuti. E sono valori che risalgono al 2018, perché oggi, con l’emergenza da covid che soffia sulle spese per sanificazioni, sostituzioni del personale in malattia e via di seguito, la sostenibilità delle imprese della distribuzione si fa sempre più scricchiolante. Per avere un’idea basta buttare un occhio allo studio realizzato dal dipartimento di Ingegneria informatica e gestionale dell’università La Sapienza di Roma per conto di Adf, l’Associazione distributori farmaceutici: i numeri che fanno capolino da grafici e tabelle sono quelli di un comparto dai fatturati in declino già da diversi anni, per il costante calo del prezzo medio del farmaco di classe A e per il colpo di accetta che nel 2010 ha praticamente dimezzato la remunerazione media (vedi sotto).

 

 

La sforbiciata è quella della legge 122/2010, che un decennio fa abbassò il margine di legge del grossista dal 6,65 al 3%. Nel giro di un anno, la marginalità complessiva del comparto calò da 639 milioni di euro a circa 354, per una contrazione di oltre il 58% rispetto al 2009. L’erosione poi è proseguita negli anni successivi a causa di genericazioni e calo dei prezzi, nonostante per tutto il periodo il volume delle confezioni distribuite sia rimasto sostanzialmente lo stesso (vedi sotto).

 

 

A parità di volumi del venduto, così, l’effetto combinato di una marginalità in progressivo calo (a sua volta amplificato dall’erosione dei prezzi di fascia A) e di costi della produzione in ascesa, hanno finito per ridurre di oltre la metà il margine operativo delle imprese. «La riduzione della redditività operativa» aggiungono poi gli autori dello studio «si fa particolarmente evidente nelle imprese più piccole, dove si osserva una progressiva erosione dei margini e l’accumularsi di risultati negativi perché i costi hanno superato il valore della produzione».

 

 

La distribuzione di prodotti diversi dai farmaci di fascia A, dice ancora lo studio, riesce a compensare solo in parte il risultato negativo conseguito dalla distribuzione dei farmaci di fascia A. E così, dal 2012, i margini operativi in progressiva erosione non coprono più gli oneri
finanziari, ossia creditori, fisco e azionisti. Per compensare, le aziende fanno allora perno sui proventi finanziari (dilazioni alle farmacie), che però non rappresentano un’attività caratteristica della distribuzione farmaceutica. Ma c’è di più: l’elevato valore di tali introiti, scrivono gli autori del rapporto, fa pensare che le imprese della distribuzione riescono a essere competitive rispetto al credito bancario offrendo interessi mediamente inferiori. Si spiegherebbe così il miglioramento del risultato netto osservato nel 2017 (vedi sotto), ma si tratta di operazioni che possono risultare positive soltanto se il costo del denaro resta agli attuali livelli.

 

 

La crescente difficoltà delle imprese distributrici a mantenersi su livelli di redditività adeguati è confermata dall’andamento del Roi, ossia  l’indicatori di redditività operativa (vedi sotto) e dal Roe, la redditività del patrimonio netto. Le aziende, in sostanza, hanno progressivamente perso la capacità di remunerare adeguatamente con la gestione caratteristica (ossia l’attività principale) il capitale investito. Il Roi, in particolare, dà valori prossimi al 5% prima dell’intervento della 122/2010 e si riduce quindi a valori inferiori all’1%.

 

 

Come già detto in apertura, l’attuale livello di remunerazione che ricompensa l’attività di distribuzione delle imprese intermedie per il farmaco di fascia A non riesce neanche ad avvicinarsi ai costi. Per valutare valore ed evoluzione del tempo, lo studio si è avvalso dei dati forniti da un campione di imprese associate ad Adf. Il risultato è riassunto nella tabella sottostante, dalla quale appare evidente che l’attuale marginalità media a pezzo – 25 centesimi – copre appena il 50% delle spese di distribuzione. «Le aziende della distribuzione» commentano gli autori «non sono neanche in grado di recuperare i costi operativi. In estrema sintesi, i farmaci di classe A sono distribuiti sotto costo».

 

 

Se le imprese della distribuzione intermedia vogliono tornare a essere sostenibili, è la conclusione del rapporto, occorre garantire loro una remunerazione che permetta il recupero del costo di distribuzione per singola confezione, comprensivo della remunerazione del capitale investito. Un eventuale nuovo schema di remunerazione ancora concepito come percentuale sul prezzo al pubblico, di conseguenza, «dovrebbe prevedere una quota spettante ai grossisti non inferiore al 6%, al netto dell’iva».

Recommended Posts
Send this to a friend