Filiera

Nella gdo il tema è sul tavolo da tempo, in farmacia se ne comincia a parlare davvero soltanto da poco: dopo anni di crescente saturazione degli scaffali, è arrivato forse il momento di invertire la tendenza e liberare spazio. Perché ottimizzare l’assortimento significa avere le basi per un category davvero degno di questo nome, accrescere la leggibilità degli assortimenti e infine liberare risorse finanziarie riducendo il capitale immobilizzato in magazzino. Nella grande distribuzione organizzata il dietrofront è già scattato e in un anno le referenze distribuite sugli scaffali di iper e supermercati sono scese da quasi 40mila a 35.500 (è la prima contrazione dal 2010).

Nel canale farmacia al momento prevale ancora la fase della riflessione ma c’è già chi ha cominciato a muoversi. Tra questi Farmacentro, la cooperativa con oltre 900 farmacie socie tra Umbria, Marche, Emilia Romagna, Toscana, Lazio, Lombardia e Abruzzo: nel 2019 l’azienda contava a listino per la rete Mia Farmacia (350 farmacie indipendenti) 7.500 referenze obbligatorie, ora sono duemila delle quali soltanto 350 in assortimento obbligatorio.

«C’erano soci che si lamentavano perché avevamo in volantino prodotti che non figuravano nell’assortimento della rete» spiega a Pharmacy Scanner Marco Mariani, direttore marketing di Farmacentro «allora ci siamo rimboccati le maniche e abbiamo cominciato a sfrondare. Ci siamo così accorti che – in linea con la nota legge di Pareto dell’80-20 – i primi 350 prodotti del listino fanno l’80% circa del fatturato».

In fondo, fa notare Mariani, è esattamente la stessa condotta perseguita dalla gdo nei suoi corner otc, dove si concentra soltanto sugli altorotanti. «Il fatto è che mettere nell’assortimento tutte le aziende equivale a fare una “non scelta”, soprattutto nel caso di una rete: l’elemento caratterizzante è la condivisione del tronco assortimentale, oltre il quale la singola farmacia può trattare con una certa autonomia». Risultato, ora le referenze sulle quali la rete negozia condizioni privilegiate per i suoi soci si sono ridotte a meno di un terzo. E soltanto queste rientrano nell’attività di marketing della cooperativa e quindi devono comparire nell’assortimento: a scaffale, nel cestone o nell’espositore. «Anche per i farmacisti soci quindi» rimarca Mariani «le cose sono molto più semplici e gestibili».

Poche referenze ma buone dunque, per un cliente tra l’altro che in tempi di covid tende a fermarsi in farmacia meno di prima. «Questo è vero» ammette Mariani «ma dipende dalla latitudine: nelle farmacie del Nord e delle regioni dove l’epidemia ha colpito di più gli ingressi calano e si riduce il tempo di permanenza, invece nelle farmacie delle regioni dove il contagio quasi non s’è visto non ci sono state le stesse reazioni, ma non sempre e non dappertutto. Insomma anche per il covid l’Italia è lunga e stretta, per quanto il tema della sicurezza non vada trascurato neanche in farmacia. Un ambiente sicuro e sanificato rende più sereno il cliente e lo invita a girare tra gli scaffali».

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