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Lancia segnali che meritano di essere raccolti anche dalla farmacia italiana la recente alleanza siglata da Vegè – gruppo “ibrido” della distribuzione moderna che riunisce 35 insegne (da Migross nel Nord Est a Nonna Isa in Sardegna, da Tondato nel Veneto a Sidis in Calabria e Arena in Sicilia) cui fanno capo a loro volta 3.528 punti vendita, dalle superette ai cash&carry – e Metro Italia, sussidiaria dello specialista tedesco dell’ingrosso di alimentari. Innanzitutto invita a riflessioni l’ascesa di Vegè: mentre Auchan e Carrefour dismettono ipermercati, il gruppo guidato da Giorgio Santambrogio chiude il 2019 con giro d’affari di 7,5 miliardi (nel 2017 ammontava a 6,2 miliardi) e punta ad arrivare quest’anno a 11 miliardi.

E’ la vittoria, dicono gli addetti ai lavori, delle piccole catene e dei supermarket di quartiere contro i grandi templi del consumo di massa; delle insegne locali che lavorano per “isozone” (le aree geografiche omogenee per consumi) sui centri commerciali anonimi e spersonalizzati; dei retailer che valorizzano la conoscenza del cliente sugli ipermercati dagli scaffali interminabili ma freddi.

Già basterebbe questo ad accendere una lampadina nella testa di molti farmacisti titolari, ma da mandare a mente ci sono i termini dell’alleanza tra i due gruppi: grazie all’accordo con Metro, infatti, Vegè aggiunge un’altra insegna al già vasto parco di imprese per conto delle quali tratta gli acquisti con i fornitori (grazie alla propria piattaforma Aicube, nella quale è entrata di recente anche Carrefour): più ampio è il portafoglio di insegne per le quali negozia e migliori sono le condizioni contrattuali. Tanto che per il Corriere della Sera si può ormai parlare di un «modello Vegè» contrapposto alle mega-superfici. «L’insegna unica non è efficace» è il ciommento di Santambrogio, ad del gruppo «al cliente interessano buoni prezzi e mantenere una relazione con il venditore, che magari gli offre il caffè al mattino come fa la catena Piccolo a Napoli. Il futuro della distribuzione organizzata è avere un grande impatto all’origine, sull’acquisto dei prodotti».

Il caso Vegè-Metro, infine, merita l’attenzione dei farmacisti titolari anche per il contesto da cui scaturisce: il teatro operativo è quello della ristorazione fuori casa, che in Italia assorbe il 34,3% dei consumi alimentari complessivi per un valore di 84,3 miliardi di euro nel 2018. Sul settore incombe la concorrenza (disruptive) dell’home delivery (che diventa anche office delivery) e l’alleanza tra i due gruppi diventa anche leva competitiva non solo per Metro ma anche per le insegne di Vegè che vogliono reagire alle evoluzioni del mercato. La ristorazione «da rider», conferma al Corriere Santambrogio, è ormai un concorrente cruciale della grande distribuzione, visto che le persone preferiscono ordinare il cibo da casa piuttosto che andare a fare la spesa. E anche qui, la farmacia ha qualche ammaestramento da trarre.

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