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“Pre e post Coronavirus”, come se la pandemia fosse una specie di spartiacque per il Ssn e per la sanità in genere. Certo è che le esperienze maturate in questi mesi non potranno essere dimenticate, anzi potranno costituire la base su cui pubblico e privato dovranno elaborare la programmazione futura. Perché un fatto è ormai evidente: bisogna cambiare e fare dell’innovazione un mantra ossessivo, intervenendo sulla scia sia delle carenze evidenziate, sia dell’evoluzione digitale, anche se l’obiettivo finale sa pur sempre di antico, perché al centro di tutto va messa la salute del cittadino e questo non è certo impegno nuovo.

Elencare le cose da fare in questo approccio all’innovazione fa, però, tremare i polsi, perché ci accorgiamo che, più di un’innovazione, qui si prospetta una vera rivoluzione, che neppure il Covid-19 riuscirà probabilmente a provocare. Non di meno proviamo ad aprire il libro dei sogni e analizziamo le varie tappe da percorrere.

1) Prima ancora di puntare all’appropriatezza terapeutica bisogna programmare l’appropriatezza delle strutture e del loro funzionamento. E questo passa soltanto attraverso la sburocraticizzazione delle procedure assistenziali, che comporta una revisione dei meccanismi che governano le strutture regionali e le Asl.

2) Le varie Regioni devono coordinarsi per offrire servizi omogenei e procedimenti standard, sia a garanzia di quella universalità promessa dal Ssn, sia per evitare difformità di prestazioni.

3) Va rimeditata e valorizzata la medicina territoriale, le cui lacune sono state evidenziate dal Covid-19. Questo implica che tutti gli operatori sanitari -medici, farmacisti, infermieri, psicologi, ecc.- operino in sinergia, creando relazioni condivise e partecipate, peraltro ora favorite dalla digitalizzazione dei servizi.

4) Di pari passo va modificata la formazione professionale dei vari operatori, aggiornandola alle innovazioni terapeutiche e puntando sulle specializzazioni. Università e ricerca devono coordinarsi con il sistema sanitario, per preparare professionisti di alto profilo.

5) Va tutelata la sicurezza dei professionisti sanitari, perché non si possono affrontare le emergenze se non si garantiscono sicure condizioni di lavoro. Vanno poi rivisti, sul piano contrattuale, ruoli e standard operativi, perché libera professione non significa tutela dei propri spazi. Anzi, operare in sinergia comporta compiti interconnessi.

6) Bisogna poi passare, in sanità, dall’idea di costo a quella di investimento, uscendo definitivamente dalla teoria dei silos per entrare in quella dei vasi comunicanti.

7) Vanno migliorati a tutti i livelli, dal nazionale al locale, gli standard di cura e i loro metodi di valutazione. La rapida innovazione tecnologica richiede costanti aggiornamenti, sia per evitare pratiche obsolete, sia per destinare correttamente gli investimenti.

8) Grazie all’intelligenza artificiale, elaborare l’enorme quantità di dati raccolti, così da evidenziare in modo tempestivo e preciso lo stato di salute dei pazienti e misurare rapidamente l’efficacia delle politiche sanitarie adottate.

9) La medicina territoriale non può prescindere dalla farmacia: la pandemia ha evidenziato l’opportunità che tutti i farmaci -esclusi i pochi che necessitano di controlli ospedalieri- ritornino in farmacia, anche per problemi di sicurezza del paziente.

10) La capillarità della farmacia valorizza il suo ruolo territoriale ai fini della presa in carico del malato cronico e in termini di aderenza terapeutica. Come centro di servizi di telemedicina può diventare struttura che coinvolge vari professionisti sanitari.

Vero problema è che questa “rivoluzione” non deve coinvolgere soltanto i mega sistemi, ma tutti coloro che operano in sanità, superando interessi di parte. Proprio per questo ribadiamo, ancora una volta, che il decalogo appartiene al libro dei sogni. Ma la speranza è l’ultima a morire.

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