Negli ultimi tredici anni dalle città italiane sono scomparsi 156mila negozi e attività ambulanti, in media più di uno ogni quattro. E così, se nel 2012 si contavano 11 punti vendita ogni mille abitanti, oggi se ne registrano appena 8. Sono alcuni dei macro-dati che emergono dall’XI edizione dell’indagine “Città e demografia d’impresa”, presentata il 12 marzo a Roma dall’Ufficio studi di Confcommercio: dai numeri esce la fotografia di una desertificazione commerciale sempre più evidente, che non coinvolge direttamente le farmacie – tutelate dalla pianificazione territoriale – ma incide comunque sul loro contesto operativo, perché è evidente che la scomparsa delle altre attività di prossimità modifica i flussi di traffico delle aree urbane e rischia di impoverire il bacino di utenza dei presidi dalla croce verde.[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row]
L’indagine, che analizza l’evoluzione delle imprese in 122 comuni medio-grandi tra il 2012 e il 2025, mostra come il commercio al dettaglio in sede fissa sia calato da 551mila a 422mila imprese, con una contrazione di 128.900 unità (il 23% del totale), mentre il commercio ambulante ha perso oltre 27mila attività. Nel complesso, dunque, il sistema distributivo urbano continua a ridursi, mentre cresce soltanto il comparto dell’alloggio e della ristorazione, che nello stesso periodo ha registrato un aumento di circa 19mila imprese. Il fenomeno interessa in modo particolare i centri urbani e coinvolge tanto le città del Nord quanto quelle del Sud, anche se con intensità diverse.
Tra i fattori che alimentano questa trasformazione pesa soprattutto l’evoluzione dei consumi e dei canali distributivi. Negli ultimi anni, ricorda lo studio, la crescita dell’e-commerce ha eroso quote di mercato al commercio di prossimità: le vendite online di beni e servizi sono quasi raddoppiate tra il 2019 e il 2025 e oggi rappresentano oltre l’11% dei consumi di beni e circa il 18% di quelli relativi ai servizi acquistabili in rete. In parallelo si è rafforzata anche la diffusione dei discount e delle grandi superfici, mentre le piccole attività indipendenti faticano a mantenere la propria competitività.
Il risultato è un cambiamento profondo nella composizione del tessuto commerciale urbano. Nei centri storici italiani, per esempio, tra il 2012 e il 2025 sono diminuite drasticamente alcune categorie tradizionali: edicole (-51,9%), negozi di abbigliamento e calzature (-36,9%), mobili e ferramenta (-35,9%) e librerie o negozi di giocattoli (-32,6%). In crescita, invece, attività legate al turismo e alla ristorazione, come ristoranti (+35%) e gelaterie o pasticcerie (+14,4%), oltre alle strutture ricettive non alberghiere (B&B), aumentate addirittura del 184%. La trasformazione è tale che in molte città il numero di ristoranti ha ormai superato quello degli esercizi alimentari di prossimità, segno di un cambiamento strutturale negli stili di consumo e nell’uso degli spazi urbani.
In questo scenario, il comparto delle farmacie rappresenta una delle poche eccezioni alla tendenza generale. Tra il 2012 e il 2025 le imprese classificate nella categoria che comprende farmacie, parafarmacie ed esercizi assimilati – secondo il codice Ateco di riferimento – risultano infatti in crescita del 9,8% nei centri storici e di circa il 14,7% su scala nazionale. Anche la densità per abitante aumenta leggermente, passando da 3,1 a 3,6 imprese ogni diecimila residenti. Si tratta tuttavia di dati che vanno letti con cautela, perché – come precisa la stessa indagine nelle avvertenze metodologiche – il codice statistico utilizzato comprende non soltanto le farmacie ma anche altre tipologie di esercizi di vicinato.
Al di là delle interpretazioni, comunque il quadro delineato dallo studio interessa anche il canale farmaceutico: se la pianificazione territoriale garantisce la presenza capillare delle farmacie, la progressiva scomparsa delle altre attività commerciali può infatti impoverire il contesto urbano in cui esse operano, riducendo il traffico pedonale e spingendo i consumatori a concentrare i propri acquisti in poli commerciali o distretti più vivaci. In altre parole, mentre la farmacia resta un presidio stabile del territorio, il rischio è che attorno ad essa si creino quartieri sempre meno attrattivi e meno frequentati, con ricadute indirette anche sulla clientela.
L’analisi di Confcommercio evidenzia inoltre come la desertificazione commerciale si accompagni spesso alla perdita di altri servizi di prossimità. In diversi territori, per esempio, la riduzione dei negozi procede di pari passo con quella degli sportelli bancari, segno di un impoverimento più generale delle funzioni urbane e della rete di servizi destinati ai cittadini. Per contrastare questo processo, la Confederazione propone una serie di interventi, a partire da una maggiore integrazione tra politiche urbanistiche e sviluppo economico, dal riutilizzo dei locali sfitti e da strumenti di governance locale che coinvolgano anche le imprese di prossimità nella gestione degli spazi urbani. Secondo il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, «la desertificazione commerciale è diventata un’emergenza che penalizza le aree urbane, con meno servizi e meno sicurezza. Va avviato il nostro progetto Cities con i sindaci su tre priorità: disciplina dell’offerta commerciale nei centri storici, riutilizzo immediato dei locali sfitti, integrazione tra sviluppo economico e urbanistica».







