L’intelligenza artificiale sbarca nel mondo della sanità: pochi giorni fa OpenAI e Anthropic hanno presentato ChatGPT Health e Claude for Healthcare, ossia le versioni “dedicate” alla salute delle loro piattaforme AI proprietarie. In entrambi i casi il lancio ufficiale, risalente ai giorni scorsi, è stato accompagnato da messaggi improntati alla massima prudenza: l’obiettivo non è sostituire i professionisti sanitari, ma affiancare le persone nel quotidiano, aiutandole a chiarire dubbi, orientarsi meglio e affrontare con maggiore consapevolezza i loro problemi di salute.
Resta il fatto che le due versioni dedicate di ChatGPT e Claude rappresentano il segnale di una trasformazione strutturale in atto: non siamo più nella fase del chatbot o dell’assistente digitale occasionale, le due piattaforme si candidano a diventare vere e proprie infrastrutture cognitive della sanità distribuita, sistemi capaci di connettere dati, supportare decisioni, ridurre attriti organizzativi e ridefinire il rapporto tra paziente, professionista e sistema sanitario.
Per comprendere il loro impatto potenziale sulla cura a domicilio è necessario chiarire come queste due soluzioni vengono proposte dai loro creatori. ChatGPT Health rappresenta un’evoluzione significativa del modello ChatGPT verso l’ambito salute. L’obiettivo è offrire uno strumento in grado di dialogare con i propri dati sanitari in modo continuo e comprensibile. La piattaforma infatti consente di caricare referti, esami e cartelle cliniche, collegare app di salute personali come Apple Health e altre fonti di dati biometrici, interpretare trend, valori fuori range e variazioni nel tempo, preparare la visita medica in arrivo con domande più mirate e consapevoli. Il punto fondamentale è che ChatGPT Health non nasce per “diagnosticare”, ma per aiutare il paziente a comprendere. Funziona come un “mediatore” che riduce l’asimmetria informativa tra cittadino e sistema sanitario, un aspetto particolarmente critico quando la cura avviene a distanza o in ambito domiciliare.
Claude for Healthcare invece nasce con un’impostazione diversa e più orientata agli operatori e alle organizzazioni sanitarie. Qui l’obiettivo non è informare il paziente (o non solo) quanto piuttosto quello di intervenire direttamente sui processi, snellendo e potenziando i workflow clinici e amministrativi. Claude è progettato per integrarsi con standard e database clinici come ICD-10, CMS e PubMed, per riassumere storie cliniche complesse, supportare la documentazione sanitaria e analizzare pattern su dati clinici longitudinali. Si tratta di un’AI pensata per agire “dietro le quinte”, riducendo il carico cognitivo e burocratico di medici, infermieri, operatori domiciliari e strutture di home care.
È qui che emerge il vero punto di interesse: non tanto nelle singole funzionalità, quanto nel tipo di sanità che questi strumenti rendono possibile. Il modello tradizionale è fortemente luogo-centrico. Ospedali, farmacie e ambulatori rappresentano i nodi principali del sistema. La homecare, al contrario, richiede un cambio di paradigma: la cura deve seguire la persona, non il contrario.
In questo passaggio l’intelligenza artificiale diventa l’elemento abilitante perché consente di interpretare dati anche lontano dal luogo clinico, mantenere continuità informativa e supportare decisioni anche in assenza di interazioni sincrone. Se fino ad un mese fa si parlava di connected health e telehomecare solo in termini teorici, oggi sembra sia stato fatto un passo in avanti verso la concretezza. Grazie all’AI il paziente può comprendere i propri dati senza dover attendere un confronto diretto con il medico, mentre i professionisti possono intervenire in modo più mirato e tempestivo. Il monitoraggio non sarà più quindi episodico ma diventerà continuo.
Le implicazioni pratiche sono interessanti e meritano la nostra attenzione. Per il paziente domiciliare uno dei problemi principali è la solitudine decisionale nei momenti in cui non si trova in ospedale, in farmacia o in una struttura sanitaria. I referti risultano poco chiari, i valori numerici difficili da interpretare, le indicazioni terapeutiche possono essere dimenticate o fraintese. Ottenere un chiarimento spesso richiede giorni, settimane, a volte mesi. È in questo spazio che l’AI vuole inserirsi, spiegando i risultati di laboratorio in un linguaggio comprensibile, ricordando il senso clinico di una terapia e suggerendo quando è opportuno contattare il medico.
Questo tipo di supporto migliora l’aderenza terapeutica e contribuisce a ridurre accessi inutili alle strutture sanitarie. Ogni chiarimento gestito a domicilio è potenzialmente una visita in meno, una telefonata in meno, un accesso improprio evitato, e in un sistema già sotto pressione come il nostro l’effetto cumulativo è tutt’altro che marginale.
Strettamente correlato a questo c’è poi un tema di sostenibilità economica. Nel mondo dell’homecare una quota enorme di tempo e risorse è assorbita da attività non cliniche: autorizzazioni, documenti, codifica e reportistica. Claude for Healthcare punta esattamente qui, automatizzando ciò che non genera valore clinico diretto e liberando tempo da reinvestire nella relazione e nella cura.
Un altro aspetto interessante è l’empowerment del paziente, che porta con sé opportunità ma anche responsabilità. Un paziente che comprende cosa indicano i propri valori, perché una terapia è stata prescritta e quali segnali monitorare diventa parte attiva del percorso di cura e questo è particolarmente vero nella gestione delle cronicità, dove la quotidianità pesa spesso più dell’evento acuto.
Dall’altra parte, però, esiste il rischio dell’iper-interpretazione. Se oggi Dr. Google può dare al paziente la sensazione di avere la diagnosi già in tasca, figuriamoci cosa può succedere con l’AI. Senza una cornice clinica, il rischio di interpretazioni errate o di ansia ingiustificata è reale e per questo l’intelligenza artificiale deve essere inserita in percorsi guidati e strutturati, non lasciata come strumento isolato.
Non ignoriamo infine i rischi, i limiti e condizioni di utilizzo. I modelli linguistici sono progettati per essere utili e coerenti, non infallibili, e in ambito sanitario anche piccoli errori possono avere conseguenze rilevanti. Questo impone trasparenza sui limiti, utilizzo come supporto e non come fonte unica, e una supervisione clinica costante. Vedremo come la gestiranno.
Il tema della privacy e della governance dei dati è altrettanto centrale, ma per ora ricordiamo che attualmente stiamo ancora parlando prevalentemente del mercato statunitense. Se i primi lanci escludono Europa, Svizzera e Regno Unito, il vero banco di prova sarà il go-to-market europeo. Consensi, trasferimenti dei dati, responsabilità e integrazioni con ecosistemi locali come il Fascicolo sanitario elettronico o i portali regionali renderanno il percorso più complesso. Non sarà immediato, ma è corretto iniziare a ragionarci fin d’ora e cercare di comprendere cosa ci stanno realmente dicendo queste innovazioni.
Concludendo, il messaggio è chiaro: l’AI non è più un sistema “esterno” da interrogare occasionalmente ma un’infrastruttura invisibile che abilita nuovi modelli. L’homecare del futuro non sarà reattiva, ma continua. Monitoraggio, educazione e micro-interventi diventeranno la norma, almeno questo è l’obiettivo. Se governata correttamente, l’intelligenza artificiale può ridurre il gap di accesso alle cure, soprattutto per pazienti fragili, anziani o lontani dai centri urbani. Ma allo stesso tempo, farmacisti e professionisti sanitari sono chiamati ad avvicinarsi a queste innovazioni con spirito aperto, perché se ben integrate possono innalzare in modo significativo il livello di efficacia e qualità del loro lavoro. Non resta che osservare, studiare e farci trovare pronti.
