Filiera

Il format? Troppo presto per dare anticipazioni, «dobbiamo ancora lavorare al modello». Servizi in farmacia? Se ne discute da dieci anni, «li farò soltanto se ci sarà lo spazio». Posizionamento nel libero servizio? «A me interessa prima definire un progetto di sistema che assicuri alla farmacia un ruolo nella sanità territoriale e distrettuale». Parla a ruota libera Marco Campari, presidente di Farmacie Italiane, la catena di F2i che mette assieme una cinquantina tra farmacie e parafarmacie. Ed è una soddisfazione perché agganciarlo ha richiesto tempo e pazienza. Ma una volta che si riesce a raggiungerlo, Campari non lesina sulle parole e risponde volentieri a tutte le domande che gli vengono fatte su Farmacie Italiane e sui suoi progetti di sviluppo. E soprattutto spiazza, in particolare chi è ancora convinto che nella competizione del post-concorrenza le farmacie del capitale useranno le armi del marketing e le farmacie indipendenti quelle della professione.

Campari, scorro rapidamente il suo curriculum: nel ’66 laurea in ingegneria nucleare , nel ’78 co-fondatore con Elio Borgonovi del Cergas Bocconi, negli anni 1986-1988 consulente del ministro della Sanità Donat Cattin per il D.lgs 502/92 sull’aziendalizzazione del Ssn. E ancora: dal 2001 al 2004 è membro della segreteria tecnica del ministro Sirchia, dal 2004 al 2007 è nella Cabina di regia del Nuovo sistema informativo sanitario del ministero della Salute, nel 2007 partecipa alla progettazione del sistema Tessera sanitaria, dal 2007 al 2013 collabora con il ministero dell’Economia e quello della Salute all’attuazione dei Piani di rientro. Domanda: uno come lei che ci fa a capo di una catena di farmacie?
E’ presto detto. Come ha visto, lavoro nella sanità da svariati decenni e quindi posso dire di conoscerla bene. Ammetto dunque che hanno ragione i farmacisti quando dicono che la farmacia ha una doppia identità, quella di presidio sanitario da un lato e di attività commerciale dall’altro. Ed è indiscutibile che la prima anima si è ridimensionata negli anni – anche per colpa delle politiche di contenimento della spesa farmaceutica pubblica – facendo emergere l’altra anima. Sono però convinto che oggi ci siano le opportunità per rispostare il baricentro e ridare pienezza al ruolo della farmacia come presidio sanitario: penso all’aderenza terapeutica, alle cronicità, all’assistenza territoriale che ancora resta in buona parte sulla carta.

E l’anima commerciale?
La sfida sta nel trovare la giusta formula per far convivere le due anime. E ritengo che sia possibile, visto che non credo ci sia tra loro un contrasto insanabile.

Quanti sono gli esercizi che Farmacie Italiane ha già in carniere?
Circa 50 tra farmacie e parafarmacie, una trentina le prime – stiamo firmando i contratti più recenti – 18 le parafarmacie.

E in questo novero, ci sono farmacie come quella della Stazione Termini o dell’aeroporto di Fiumicino, a Roma, per le quali è difficile pensare a un futuro da presidio territoriale…
Proprio per questo ho parlato di due anime da far convivere. Dobbiamo trovare un modello – diciamo anche un vestito – che possa essere indossato tanto dalle farmacie in cui prevale la prima anima, quanto da quelle in cui in primo piano c’è la seconda. E poi, comunque, mi lasci correggere: in una stazione ad alta percorrenza come quella di Roma Termini, non passa soltanto il viaggiatore a lunga distanza ma anche il pendolare che la sera torna a casa. E quando ha bisogno di un farmaco, diventa comodo rivolgersi alla farmacia della stazione.

Lei parlava di modelli da costruire. A che cosa si riferisce? Posizionamento? Format?
No, cominceremo a ragionare di queste cose soltanto più avanti. Adesso stiamo cercando di definire una strategia, perché se non ce l’hai non puoi costruire una farmacia che si proponga come presidio sanitario sul territorio.

Va bene ma in concreto?
Nella riforma sanitaria del ’78 i distretti sanitari avrebbero dovuto diventare il perno su cui edificare l’assistenza territoriale. Per varie ragioni non abbiamo mai centrato l’obiettivo e non siamo mai riusciti a programmare davvero con i medici di famiglia. Le cronicità prima e ora covid dimostrano che c’è un urgente bisogno di sviluppare la sanità del territorio. E credo che la farmacia, attraverso formule e modelli nuovi, sia una pietra angolare dell’edificio.

Ripeto: è strano sentirsi raccontare queste cose dal presidente di una società di capitale che compra farmacie…
Non dimentichi però chi è il nostro azionista di maggioranza: F2i, che a sua volta è partecipato da Cassa depositi e prestiti e non è uno dei tanti fondi di investimento speculativo. La sua mission è quella di investire nelle infrastrutture, come ha già fatto con il trasporto aereo, il fotovoltaico, l’eolico eccetera.

Però dal suo investimento F2i si aspetterà dei ritorni…
Come ho detto, si tratta di trovare il giusto mix tra una dimensione per così dire istituzionale, imperniata su un rapporto fiduciario a tre farmacista-medico-paziente, e una dimensione commerciale dove resta al centro ma c’è anche attenzione per ricavi e utili.

E questo giusto mix come lo state cercando?
Con il Cergas Bocconi – che ho contribuito a fondare – e il suo presidente Elio Borgonovi inaugureremo tra qualche mese un laboratorio d’idee che studierà i possibili nuovi modelli della farmacia territoriale. Sarà da questo think tank che verrà fuori quel progetto strategico da cui poi svilupperemo posizionamento e format.

Torniamo a temi più prosaici: quali sono i criteri con cui selezionate le farmacie da acquistare? Visto quanto diceva, vi concentrate sugli esercizi dove è più forte la quota di Ssn?
Niente di tutto questo. In realtà non abbiamo parametri specifici, ci muoviamo esclusivamente in base a un’analisi di opportunità.

Di nuovo: da quanto diceva a proposito della farmacia come presidio sanitario, viene da pensare che punterete forte sui servizi…
E’ più di dieci anni che si parla di farmacia dei servizi ma finora s’è visto poco. Faremo le nostre scelte sulla base del piano strategico, ma dico fin d’ora che farò i servizi soltanto se trovo lo spazio giusto. Piuttosto, i piani a venire non potranno prescindere da un’accurata valorizzazione e motivazione del farmacista. Per me, deve diventare con il medico il protagonista di un nuovo modo di presidiare il territorio».

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