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A distanza di qualche giorno, smaltita la delusione, proviamo a fare alcune riflessioni sul voto che ha assegnato ad Amsterdam la sede dell’Ema, l’Agenzia europea dei medicinali. E’ stato un colpo molto duro per diversi motivi: nei giorni precedenti era cresciuta la convinzione che avremmo potuto farcela e Milano, sia detto senza demagogia,  sembrava più di ogni altra candidatura la “sede perfetta”. Se ne riparliamo ora non è per riaprire una ferita dolorosa, ma per analizzare sia gli aspetti positivi, tanti, sia quelli negativi, pochi, che hanno determinato l’esito della votazione.

Primo: dopo tanto tempo, il nostro Paese ha dato una prova di coesione, in termini di comunione di intenti da parte di tutte le forze interessate, che non si vedeva da tempo. Il ministro della Salute, le autorità locali, la politica, il mondo dell’industria si sono mossi per tempo, compatti e con determinazione, facendo sistema. Facciamo tesoro di questa esperienza e mettiamola a fattor comune per il futuro .

Secondo: se Milano non ha vinto vuol dire che qualcosa comunque non ha funzionato; non cerchiamo però colpe altrove o non prendiamocela soltanto con la sfortuna, guardiamo dentro casa nostra perché un’analisi critica va fatta, visto che il “dossier Milano” era veramente ricco di valori ed elevati contenuti scientifici.

Ripercorriamo velocemente i tre turni delle votazioni: al primo scrutinio – concluso da Milano al primo posto con 25 punti – sono state votate cinque sedi. Tre di queste sono capitali e al quarto posto c’era Bratislava, il cui aeroporto conta, a seconda dei giorni della settimana, da un minimo di 22 a un massimo di 42 voli quotidiani. L’Ema non solo accoglie un migliaio di dipendenti, ospita ogni anno ospita circa 36mila visitatori .

Al secondo scrutinio Milano si è assicurata un’altra vola la maggioranza dei voti, seguita da Amsterdam e da Copenaghen, che viene quindi esclusa. Si va alla votazione finale, la terza, dalla quale esce una parità (13 voti a testa per il capoluogo lombardo e la città olandese) che porta al sorteggio di cui s’è già detto. A chi è meno giovane il “dentro-fuori” ha riportato alla mente la semifinale dell’Europeo di calcio del ’68, quando la Nazionale allenata da Ferruccio Valcareggi vinse la semifinale sull’Urss grazie a una monetina.

Stavolta non è andata nello stesso verso. E ad alimentare il rammarico è il fatto che a gareggiare per l’Ema non c’era Milano, ma l’Italia. Un Paese dove la sola industria farmaceutica, un settore trainante per la nostra economia, vale 30 miliardi di euro di fatturato, dei quali 21 di esportazioni, e 2,7 miliardi di investimenti in ricerca e sviluppo all’anno. Non solo: la metà circa dei farmaci sperimentali attualmente in valutazione all’Ema è stata realizzata a Milano.

Il fato invece ha deciso che l’Agenzia europea dei medicinali andrà ad Amsterdam, dove nella primavera del 2019 sarà operativa la nuova sede, 31 mila metri quadrati su 19 piani. I lavori devono ancora cominciare e, ironia della sorte, il palazzo si chiamerà “Vivaldi building”. Avesse vinto Milano l’Ema sarebbe stata ospitata al “Pirellone”, cioè in un edificio già pronto e agibile, proprio di fronte alla Stazione centrale. Anche da questi elementi è inevitabile dedurre che qualcosa a Bruxelles non ha funzionato quando è stato fatto il cocktail tra momento tecnico e politico, quantomeno nell’ultima votazione: i dossier delle due città non erano alla pari per contenuti, il 13 a 13 non riflette i valori che erano in campo in quel momento.

Ripartiamo, come detto, dalle tante cose buone che sono state fatte da parte delle Istituzioni e dell’industria. Certamente la vocazione del nostro Paese in questo comparto non ne viene ridimensionata grazie anche alle doti ed al coraggio dimostrato da tempo dall’industria farmaceutica, e alla grande autorevolezza sanitaria.

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