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Nel momento in cui scriviamo il ddl concorrenza è stato appena approvato  in terza lettura dall’Aula di Montecitorio. Servirà un quarto passaggio, al Senato, perché le commissioni della Camera hanno ritoccato il testo in quattro punti, ma Governo e maggioranza promettono di riuscire a ottenere l’ultimo voto entro la fine di luglio. La storia pregressa del disegno di legge abbonda di impegni non mantenuti e appuntamenti rinviati, ma a meno di improvvise crisi di governo la stima è che il provvedimento sia effettivamente all’ultimo miglio.

Questo significa che è ormai arrivato il momento di ragionare in maniera “laica” sugli effetti prossimi venturi del ddl concorrenza. Finora è stato difficile farlo, per emotività e militanza: ogni valutazione, soprattutto tra i titolari, è sempre stata il risultato di una visione “bipolare” che immagina la farmacia della nuova era divisa in due blocchi, catene da una parte e farmacie dei farmacisti dall’altra. Il capitale contro la professione.

Il disegno di legge sulla concorrenza apre sì le porte al capitale, ma fa anche qualcos’altro: laicizza la proprietà della farmacia

Si tratta di una visione che per due anni è stata funzionale alle battaglie combattute dai titolari per scardinare o contenere l’apertura al capitale, ma ora che il ddl concorrenza “vede” il traguardo servirebbe allargare lo sguardo per cogliere tutte le sfaccettature del cambiamento incombente. In particolare, parrebbe appartenere ancora alla sensibilità di pochi un punto cruciale: il disegno di legge sulla concorrenza apre sì le porte al capitale, ma fa anche qualcos’altro: laicizza la proprietà della farmacia. E sarebbe un errore pensare che della cosa approfitteranno soltanto catene e multinazionali della distribuzione.

Che cosa intendo? Pensiamo alla classica farmacia di famiglia, quella che finora veniva tramandata di generazione in generazione come un tempo si faceva con la terra oppure con l’azienda del bisnonno. In queste famiglie, la trasmissione ereditaria dell’impresa ha sempre seguito il filo dell’appartenenza professionale: un figlio – o più di uno – viene iscritto a Farmacia, si laurea e poi rileva l’esercizio, assicurando la continuità del patrimonio. Quando il ddl concorrenza sarà legge, andrà in chiesa soltanto chi ne sentirà realmente il bisogno. Niente più figli da spedire obbligatoriamente a Farmacia per tenere in famiglia l’azienda, potrà ereditare anche la prole che ha studiato giurisprudenza o ingegneria, oppure si è diplomata in ragioneria. E visto che oggi sono sempre di più coloro i quali vedono nella farmacia innanzitutto un’impresa, è ragionevole pensare che parecchie famiglie trasmetteranno la farmacia al figlio mandato a studiare non più alla facoltà del padre o del nonno, ma a Economia e commercio.

Certo è una trasformazione che procederà con passo lento, da una generazione all’altra. Però le ricadute saranno considerevoli. Innanzitutto la classe dei titolari di farmacia si laicizzerà progressivamente, perché finirà per laurearsi soltanto chi sentirà seriamente e profondamente la “vocazione”. Allo stesso modo, nella categoria dei farmacisti ci saranno sempre meno titolari, ma cresceranno in proporzione coloro che rivestiranno l’incarico di direttore di farmacia in aziende di proprietà di non farmacisti (che siano catene o indipendenti).

Lo scenario che si prospetta, insomma, più che bipolare sarà multipolare: farmacie in catena e farmacie indipendenti, farmacie di farmacisti e farmacie di non farmacisti. Sarà un mondo con meno colletti bianchi (quelli del camice) e più blu (quelli della giacca), insomma una farmacia meno “clericale” e più “laica”. Vedremo se finirà per essere anche meno “etica”.

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